Burnout Docenti: Sintomi, Cause e Come Gestire lo Stress a Scuola

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Maturità, l’equivoco di fondo: si può dare un voto alla persona?

Arriva l’ennesima riforma-restauro e le scuole, come sempre ultima ruota del carro, rispondono “presente”, senza avere la capacità né di proporre né di reagire: in quest’ultimo mese dell’anno scolastico, perciò, siamo qui a proporre simulazioni del colloquio d’esame, adeguandoci e cercando di seguire la corrente senza essere travolti.

Lo abbiamo chiamato per anni “esame di Stato”, sottolineandone la funzione istituzionale; oggi il lessico insiste invece sulla parola “maturità”, e non è un dettaglio linguistico secondario. Ovunque, come a scuola, le parole non sono mai neutre, ma costruiscono visioni e legittimano pratiche e politiche; in questo caso, suggeriscono modelli educativi.

Ed è proprio qui che emerge un equivoco pedagogico profondo che dovremmo avere il coraggio di denunciare.

La griglia dell’orale attribuisce infatti una quota di punteggio — cinque punti — alla “maturazione personale” dello studente. Un voto numerico, dunque, che pretende di misurare qualcosa di infinitamente complesso: la crescita della persona.

Ma ogni docente sa bene che il voto nasce per classificare una prestazione, un livello di acquisizione, una competenza specifica. Il numero, per sua natura, valuta una prova, non una persona. Quando invece pretendiamo di tradurre in punteggio la maturazione individuale, il rischio è di oltrepassare il confine della valutazione didattica per entrare in un terreno più ambiguo: quello del giudizio implicito sull’essere umano. Davvero possiamo assegnare un numero alla crescita interiore di un ragazzo? Possiamo stabilire in cinque punti la qualità di un percorso esistenziale, affettivo, relazionale, culturale? La scuola dovrebbe accompagnare questa crescita, non pretendere di misurarla come se fosse una competenza tra le altre.

È qui che la riflessione sull’esame finale si allarga inevitabilmente a una questione più generale. L’esame nasce storicamente come rito di passaggio: una soglia simbolica tra adolescenza e vita adulta, tra formazione e autonomia. Aveva una sua funzione culturale e antropologica. Oggi, tuttavia, questo rito rischia di sopravvivere solo nella sua forma più debole: quella della performance finale, quella di un giudizio nascosto dietro la neutralità apparente del numero.

In poche ore si concentra il peso di un intero percorso pluriennale, come se la complessità di una persona potesse essere restituita da un’unica prova ad alta pressione. È una logica che appartiene a una scuola della prestazione, della selezione, della dimostrazione immediata di efficienza. Una logica che forse ha avuto senso in un’altra epoca e che oggi sopravvive solo se vogliamo riprodurre il presente.

Il problema è che questa mentalità non si esaurisce nella nuova “maturità”. La ritroviamo in molte delle innovazioni degli ultimi anni, spesso animate da intenzioni condivisibili ma inglobate in una cornice burocratica e performativa.

L’alternanza scuola-lavoro, ad esempio, ha spesso trasmesso l’idea che il giovane debba preoccuparsi fin da subito di essere immediatamente utile, spendibile, pronto a diventare particella efficiente del sistema produttivo. L’educazione civica, che dovrebbe essere spazio di riflessione etica e politica, viene a sua volta ricondotta dentro il perimetro rassicurante e freddo del voto numerico. Anche l’orientamento, anziché essere un tempo lento di scoperta di sé, viene burocratizzato in piattaforme, moduli e adempimenti.

Il punto non è rifiutare il cambiamento. Al contrario: è chiedersi se il cambiamento che stiamo producendo sia davvero orientato al futuro oppure se non stia semplicemente aggiornando, con linguaggi nuovi, la vecchia scuola della misurazione.

Se vogliamo pensare davvero al futuro, dobbiamo avere il coraggio di superare non solo l’esame finale, ma l’intera logica punitiva e classificatoria che ancora attraversa il nostro sistema. Penso alla necessità di abolire la bocciatura, che troppo spesso interrompe percorsi invece di sostenerli. Penso al voto di condotta, che continua a confondere il piano del profitto disciplinare con quello della complessità comportamentale, arrivando persino a fare media con le altre valutazioni. Anche qui si riproduce la medesima logica: trasformare la persona in numero, giudicare il comportamento come dato quantitativo e irrigidire la scuola in una funzione più disciplinare che educativa.

La vera alternativa, a mio avviso, è un portfolio finale delle competenze e del percorso realmente svolto: una restituzione onesta, narrativa e rigorosa della traiettoria dello studente, capace di documentare apprendimenti, difficoltà, talenti, progressi, esperienze significative, inclinazioni maturate nel tempo. Non una sentenza, ma una fotografia fedele del cammino. Una mappa. Un tale strumento permetterebbe una valutazione più continua, meno legata alla performance finale e più coerente con la complessità dei percorsi individuali.

La scuola dovrebbe smettere di chiedere ai giovani di esibirsi e iniziare ad aiutarli a comprendersi.

Se vogliamo ripensare davvero la funzione educativa della scuola, dobbiamo iniziare da qui: dal rifiuto di ogni pedagogia che misura la persona invece di coltivarla. Dobbiamo riflettere seriamente sul futuro della scuola, e dunque della società.

Simone Dell’Omodarme

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