Nelle ultime settimane, in più di una circostanza, il ministro Valditara e la sottosegretaria Frassinetti hanno sottolineato il fatto che, con l’entrata in vigore delle Nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo, l’insegnamento della storia assumerà sempre più rilievo.
Lo studio del passato, secondo le Nuove Indicazioni, non deve servire solamente a sviluppare consapevolezza storica e senso del tempo, ma deve contribuire a costruire identità personale e collettiva, sviluppare la capacità di interpretare il mondo contemporaneo e, soprattutto a educare alla cittadinanza e alla memoria storica.
Il documento ministeriale attribuisce anche una maggiore centralità alla storia dell’Occidente come riferimento principale del percorso storico, come se – fino ad ora – ci si fosse soffermati troppo sulla storia asiatica o su quella americana.
Un elemento caratterizzante dell’impianto delle Nuove Indicazioni è l’enfasi sulla narrazione storica, narrazione finalizzata a rendere più comprensibili i processi storici, a coinvolgere gli studenti oltre che a collegare fatti e contesti.
Il docente, per parte sua, è chiamato a raccontare eventi, personaggi, epoche e vicende, valorizzando la dimensione narrativa della storia come strumento didattico.
Il rapporto con le fonti appare invece secondario, se non del tutto superfluo.
Ed è proprio per questo che molti storici si sono opposti fin da subito a questo nuovo modello.
Tutti d’accordo, invece, sul fatto che la storia debba avere una posizione centrale nel curricolo scolastico.
Ma questo principio sembra stridere con le decisioni che il Ministero ha preso quest’anno a proposito delle materie degli orali della maturità.
La storia, infatti, sarà materia d’esame solamente al classico, allo scientifico e al liceo di scienze umane, esattamente come è avvenuto quasi sempre negli ultimi anni.
La scelta sembra quasi indicare che secondo il Ministero la storia sia disciplina importante ma solo per i liceali (e neppure tutti), mentre sia pressoché superflua per gli studenti dei tecnici e dei professionali.
Nel concreto al prossimo esame di maturità la storia riguarderà quindi all’incirca il 25% degli studenti, meno di 150 mila su un totale di più di 500mila.
Vedremo se il prossimo anno cambierà qualcosa, altrimenti saremo costretti a pensare che, anche in questo caso, si cambia tutto per non cambiare nulla.