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La Scuola della “didattica orientativa”: primi bilanci di una riforma discussa (e discutibile)

Uno dei mantra calati dall’alto sulle teste dei docenti negli ultimi anni è che la didattica deve essere “orientativa”. Non è una singola legge ad imporrare questo mantra, ma un quadro normativo complesso, che si è strutturato nel tempo. L’attuale norma di riferimento è il Decreto Ministeriale n. 328 del 22 dicembre 2022, contenente le “Linee guida per l’orientamento”. Definendola come paradigma di riferimento per la scuola, esso sviluppa e porta a compimento quanto prescritto sulla didattica orientativa dalla Legge 13 luglio 2015, n. 107 (“La Buona Scuola”), dal D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275 (“Autonomia Scolastica”) e dalla Direttiva Ministeriale n. 487 del 6 agosto 1997.

“Valorizzare il feedback”: indurre lo studente ad autovalutarsi

Secondo queste norme, la didattica orientativa deve coinvolgere tutti i docenti; costoro non solo trasmettono conoscenze, ma agiscono da guide, valorizzando le potenzialità di ogni allievo. Di ciascun discente occorre “valorizzare il feedback”: ossia indurlo ad autovalutare le proprie competenze, aiutandolo a comprendere le proprie inclinazioni. In tal modo l’orientamento va integrato nel processo didattico quotidiano, proprio per sviluppare nei discenti la consapevolezza di sé, delle proprie competenze e delle proprie attitudini. Le discipline divengono dunque meri strumenti per indirizzare le future scelte professionali e formative, permettendo allo studente l’elaborazione del proprio progetto autonomo di vita.

I metodi didattici per ottenere ciò devono essere laboratoriali, attivi, tra teoria e realtà pratica, anche per ridurre il disallineamento tra mondo del lavoro e formazione, nonché per combattere l’abbandono scolastico.

La didattica è per sua natura orientativa

Tutto ciò a prima vista sembra molto bello e rivoluzionario; tuttavia, a ben vedere, più di una critica è possibile. Innanzitutto, dire che la didattica debba essere orientativa è un po’ una clamorosa riscoperta dell’acqua calda. Qualsiasi conoscenza è capace di orientare le scelte di chi viene a conoscerla; dall’ignoranza nessun orientamento per la propria vita può derivare. Dire che lo studio serio e approfondito del greco o dell’algebra o della trigonometria “non serve” a tale scopo, sarebbe sostenere una grossa baggianata, perché solo chi è venuto a conoscenza di molti argomenti di studio ha avuto la possibilità di conoscere se stesso e le proprie inclinazioni tramite quegli stessi argomenti di studio. In tal senso, la didattica è quindi di per sé orientativa. Non esiste disciplina che non orienti di per se stessa le successive scelte di chi la studi.

Se l’orientamento diviene controllo ossessivo dei tratti personali

La didattica di qualsiasi disciplina (o “materia” che dir si voglia) non deve perciò ridursi a pura esperienza relazionale col docente o con gli altri discenti. Se la didattica è seria (cioè volta a liberare i discenti dalla schiavitù dell’ignoranza) i contenuti disciplinari devono essere spiegati, esperiti e imparati con rigore, senza distogliere da essi l’attenzione.

Inoltre c’è il rischio di limitare, anziché ampliarle, le potenzialità dei discenti, se l’orientamento diventa fin dalla Scuola primaria un controllo ossessivo — quasi una selezione — di percorsi predefiniti e tratti personali: attività peraltro consona al direttore del personale di un’azienda, più che a un docente. Contraddittoria, in questo quadro, appare difatti la figura del docente tutor/orientatore, introdotta per supportare la didattica orientativa: la quale si è trasformata in realtà — in questi anni lo si è visto — in mera procedura burocratica; troppo complesse le competenze richieste ai docenti (giacché di docenti si tratta, e non di psicologi), e troppo grossi i rischi di conflittualità tra i ruoli.

L’ossessione italiana per la burocratizzazione efficientista

In questi ultimi anni scolastici si è infatti notata a tal proposito una progressiva crescita della superficialità metodologica, dovuta all’esigenza — tutta italiana — di dimostrare ai “superiori” il puro e semplice adempimento della normativa. Per produrre le prove del proprio lavoro “orientativo”, si è ridotto quest’ultimo alla moltiplicazione dei colloqui, dei bilanci delle competenze, dei test attitudinali: ma davvero l’uso ripetuto e standardizzato di questi strumenti permette di cogliere in pieno la complessità del percorso educativo del singolo discente? Tutto ciò, al contrario, non rischia di diventare una macchina per fabbricare conformismo produttivo e sociale, anziché essere strumento di emancipazione?

Questo rischio in effetti esiste, soprattutto ogniqualvolta si interpretino le norme in modo tecnocratico, secondo principi ideologici precostituiti.

La moltiplicazione di figure intermedie tra il dirigente e i docenti

Di fatto abbiamo assistito a un rafforzamento dei “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento” (PCTO), ribattezzati nel 2025 “Formazione Scuola-Lavoro” (FSL), secondo l’antico vezzo delle classi dirigenti italiote di cambiare i nomi per far sembrar nuovo il vecchio.

Inoltre l’istituzione del tutor e dell’orientatore ha ridimensionato la relazione educativa tra studenti e docenti curricolari, esautorando questi ultimi e limitandone la libertà d’insegnamento (condicio sine qua non della libertà d’apprendimento). Tant’è che tutti i docenti si lamentano di non riuscire quasi più a dare continuità alla propria azione didattica.

Schedatura dei discenti e gerarchizzazione dei docenti: dov’è la comunità educante?

Non basta: persino gli interessi dei discenti rischiano di ritrovarsi ingabbiati da una “schedatura”, rigida, che ne condizionerà le scelte. Nel frattempo, guarda caso, il corpo docente si ritroverà sempre più diviso al suo interno, perché gerarchizzato: in linea con la tendenza degli ultimi 30 anni ad attribuire sempre meno importanza al lavoro didattico disciplinare, valorizzando invece gli incarichi aggiuntivi (visti come vero “merito”).

Chi può salvare la Scuola pubblica da tutto ciò? Solo una presa di coscienza attiva degli insegnanti, e un risveglio della loro assertività nei Collegi dei docenti.

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