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La vita premia i risultati: perché non dovrebbe farlo anche la scuola?

L’articolo Non confondere obbedienza con educazione; il punto di vista di Lo Storto (Luiss) è l’ennesima dimostrazione di un’istanza – a mio avviso errata – che sempre più frequentemente si chiede, e si pretende, dalla scuola: depotenziare il perseguimento dei risultati, sminuirne l’importanza.
La scuola che misura le prestazioni, la cultura della performance – proprio quella in cui il traguardo conta più del percorso – fa semplicemente quello che poi fa anche la vita.
Sì, perché quando gli studenti usciranno dalla scuola ed entreranno nella vita, si renderanno conto che la vita premia i risultati: un datore di lavoro o un cliente vogliono un risultato – il migliore possibile e nel minor tempo possibile – e non importa loro nulla del percorso compiuto per raggiungerlo.
Far credere ai giovani che nella vita concreta di tutti i giorni il percorso sia importante e venga valorizzato è un atroce inganno.

Tutto questo è crudele, alienante? Sì, ma è la realtà dell’esistenza.
“Homo homini lupus”? Sì, ma noi non possiamo cambiare leggi di natura che funzionano da quando esiste il mondo.
Ovviamente non occorre essere così brutali, non con adolescenti in formazione. Non è però neanche onesto far loro credere che nella vita al di fuori della scuola valgano immutabilmente gli stessi valori, di per sé giusti, che ci si sforza di trasmettergli. Io istituirei un insegnamento che potrebbe andare sotto il nome di “preparazione alla realtà della vita”. Quella vita con la quale tutti, inevitabilmente, chi prima chi poi, si incontrano-scontrano.  

Daniele Orla

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