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Lauree online: un decreto ha ridotto i requisiti di accreditamento e i costi

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In pochi anni  le università telematiche in Italia sono diventate undici e negli ultimi anni sono stati immatricolati circa 5.500 studenti raggiungendo i 63.625 iscritti, pari al 4 per cento del totale, con una crescita di circa il 60 per cento negli ultimi 5 anni. Nello stesso periodo le università tradizionali invece hanno visto ridursi i propri iscritti del 7,4 per cento.

Come è noto, scrive La Voce.info, gli iscritti alle università telematiche sono studenti con risultati scolastici non particolarmente brillanti: nel 2016, il 31 per cento degli immatricolati ha un voto di diploma inferiore a 69, rispetto al 22 per cento nelle altre università (dati Miur). È consistente anche la quota di studenti “maturi”: nel 2016 il 18 per cento degli immatricolati alle telematiche aveva più di 40 anni, rispetto allo 0,7 per cento nelle altre università.

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Se le università europee online hanno costi bassi, grazie alle nuove tecnologie, in Italia, nel 2015-16, la più grande università italiana online, la Guglielmo Marconi, aveva solo 14.500 iscritti, seguita da ECampus con 4.299 studenti e da altre ancora più piccole. Si tratta di numeri troppo bassi per sfruttare pienamente le economie derivanti dalla tecnologia online.

 

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Ciò può contribuire a spiegare le elevate tasse praticate dalle nostre università telematiche: intorno ai 2mila euro annui, ma molto maggiori in caso sia previsto un servizio di tutoring (ad esempio, l’iscrizione a ECampus con tutor in presenza per 60 ore all’anno costa 7.900 euro).

Eppure nel nostro paese le università online godono di un vantaggio in termini di costo che non si riscontra in altri paesi. Il corpo docente è costituto prevalentemente da professori a tempo determinato: ben il 71 per cento, rispetto al 6 per cento delle università tradizionali. Un ruolo importante nell’organico delle telematiche è rivestito dai cosiddetti “professori straordinari a tempo determinato”, molto spesso docenti in pensione dagli atenei tradizionali.

Ma il fatto strano è costituito da decreto ministeriale 18 marzo 2016 n. 168 che ha permesso di conteggiare questa speciale categoria di docenti in sostituzione dei professori associati e ordinari, ai fini dell’accreditamento dei corsi di studio. Per dare un’idea della diffusione di questa tipologia di docenti, nelle università italiane vi sono oggi 304 professori straordinari a tempo determinato, quasi tutti in servizio presso atenei privati (286), prevalentemente telematici (194). Nonostante sia prevista sin dal 2005 (legge n. 230, articolo 1, comma 12), questa categoria di docenti si è diffusa nelle università private soprattutto negli ultimi anni: dai 70 professori straordinari a tempo determinato del 2010 si è passati agli attuali 304.

Le regole più elastiche, scrive sempre La Voce.info, introdotte dal decreto 168, sui requisiti di accreditamento rappresentano un indubbio vantaggio a favore delle università telematiche e private rispetto a quelle tradizionali e si falsa così la competizione tra diversi tipi di atenei, sussidiando in via indiretta le prime, che fronteggiano un costo per il personale docente di molto inferiore a quello sostenuto dalle tradizionali. Una secondo, notevole vantaggio, è quello di rilasciare un titolo di studio con il medesimo valore legale delle altre. Non vi sono ragioni che possano giustificare questo tipo di sostegno: una concorrenza su un piano di parità potrebbe spingere le università telematiche a offrire un servizio migliore con effetti positivi sulle competenze acquisite dagli studenti. E l’eliminazione del valore legale del titolo di studio potrebbe rimuovere la rendita di posizione di università online alle quali alcuni studenti si iscrivono per l’unica ragione di ottenere una certificazione legale degli studi seguiti.