Per decenni l’agricoltura italiana è stata associata all’immagine della famiglia riunita nei campi, con genitori, figli e parenti impegnati insieme nel lavoro della terra. Oggi quel modello non è scomparso, ma non rappresenta più la struttura dominante. Secondo i più recenti dati Istat, oggi la forza lavoro agricola è sempre meno familiare, più salariata e professionale. E, soprattutto, cresce il peso della formazione, delle competenze e della tecnologia. È una rivoluzione silenziosa che, anche secondo l’Ansa, sta cambiando non soltanto chi lavora nei campi, ma anche il profilo dell’imprenditore agricolo.
Va detto che sempre secondo dati Istat, nel 2023 le aziende agricole italiane occupavano circa 2,5 milioni di persone, il 35,6% in meno rispetto al 2010. Il dato, però, non indica semplicemente una diminuzione dell’occupazione: soprattutto, mostra un cambiamento nella sua composizione. In tredici anni i lavoratori familiari sono diminuiti del 75,3%, mentre quelli non familiari sono aumentati del 10,8%. La famiglia, quindi, perde progressivamente il ruolo centrale che aveva nella manodopera agricola, lasciando spazio a un’organizzazione più vicina a quella di una moderna impresa.
La trasformazione è ancora più evidente osservando il peso delle diverse componenti: i lavoratori familiari sono passati dal 33,9% al 13,0% della forza lavoro, mentre il lavoro salariato non familiare è salito dal 24,2% al 41,7%. A cambiare sono dunque le “braccia”, ma anche la struttura organizzativa delle aziende. Il fenomeno si inserisce nella più generale riduzione del numero delle imprese agricole: nel 2023 erano 1.130.358, il 30,3% in meno rispetto al 2010.
Anche il mercato del lavoro agricolo è diventato sempre più internazionale. Nel 2023 i lavoratori stranieri rappresentavano il 14,5% della forza lavoro agricola, quota che raggiungeva il 24,5% nel Nord-est italiano. Un dato che trova conferma anche nelle statistiche elaborate dal CREA su dati INPS: nel 2022 gli stranieri costituivano quasi il 40% dei lavoratori agricoli a tempo determinato e il 25% di quelli a tempo indeterminato.
Ma la trasformazione più significativa riguarda forse la “testa” che guida le aziende. Il ricambio generazionale rimane infatti molto lento: nel 2023 soltanto il 7,9% dei capi azienda aveva meno di 40 anni, contro l’8,4% del 2010. Allo stesso tempo, però, cresce nettamente il livello di istruzione. I conduttori con almeno un diploma quinquennale o una laurea sono passati dal 24,0% al 36,4%. Ancora più significativo è il dato relativo alla formazione specificamente agraria: secondo i dati Istat ripresi nel Focus, la quota di capi azienda con un titolo di studio a indirizzo agrario è quasi triplicata, passando dal 4,2% all’11,3%.
Dal tutto emerge un apparente paradosso: l’agricoltura italiana diventa più istruita, ma non più giovane. La questione non riguarda soltanto il futuro delle aziende, ma anche quello dei territori rurali. Per questo il ricambio generazionale è diventato una priorità della Politica agricola comune europea. La PAC 2023-2027 individua tra i propri obiettivi proprio l’attrazione e il sostegno dei giovani e dei nuovi agricoltori. Gli Stati membri devono inoltre destinare almeno il 3% del bilancio dei pagamenti diretti a misure per i giovani agricoltori.
Il tema interessa direttamente anche il mondo della scuola e della formazione. L’agricoltore contemporaneo, infatti, non deve più possedere soltanto conoscenze pratiche, ma deve saper gestire un’impresa, leggere i costi e i ricavi, oneri e proventi, utilizzare strumenti digitali, affrontare le questioni ambientali e confrontarsi con mercati sempre più complessi. Non sorprende quindi che, parallelamente alla crescita dell’istruzione, aumenti anche “l’informatizzazione”: le aziende agricole che utilizzano strumenti informatici per la gestione sono passate dal 3,8% del 2010 al 18,5% del 2023.
La digitalizzazione, tuttavia, non significa che la trasformazione sia già compiuta. Un’altra indagine Istat, riferita al 2024, mostra che soltanto il 12% delle aziende agricole aveva introdotto, negli ultimi cinque anni, innovazioni produttive o gestionali. La quota raggiunge il 24,5% nel Nord-est, ma scende al 6,2% nel Sud e all’8,1% nelle Isole. Tra le aziende innovatrici, inoltre, il 50,2% ritiene necessario rafforzare le competenze tecniche della propria forza lavoro e il 22,7% segnala la necessità di nuove figure professionali specializzate.
La nuova agricoltura, quindi, non è soltanto più tecnologica: è anche più diversificata. Nel 2023 il 6,0% delle aziende praticava almeno un’attività connessa alla produzione primaria, rispetto al 5,8% del 2020. Tra queste, l’agriturismo risultava l’attività indicata come più remunerativa dal 35,6% delle aziende che la praticavano, seguito dal contoterzismo con mezzi propri, all’11,9%.
Anche il rapporto con la terra è cambiato: nel 2023 solo il 48,8% delle aziende coltivava terreni esclusivamente di proprietà, contro il 73,3% del 2010. Crescono quindi il ricorso all’affitto e forme organizzative più flessibili, mentre l’impresa agricola si allontana ulteriormente dal modello tradizionale dell’azienda familiare legata esclusivamente ai propri terreni.
La trasformazione riguarda infine anche la presenza femminile. La quota di donne tra i capi azienda è cresciuta dal 31,5% al 32,9% tra il 2010 e il 2023, mentre la componente femminile dell’intera forza lavoro agricola è scesa dal 38,4% al 30,5%.
Il quadro che emerge è dunque quello di un’agricoltura in piena transizione. Il vecchio modello basato soprattutto sulla famiglia lascia progressivamente spazio a un’organizzazione più salariata e professionale; aumentano istruzione, digitalizzazione e diversificazione, mentre il lavoro straniero diventa una componente strutturale. Allo stesso tempo, rimane aperta la grande sfida del ricambio generazionale: con appena il 7,9% di capi azienda under 40, l’agricoltura italiana dovrà riuscire a trasformare la maggiore preparazione delle nuove generazioni in una reale presenza alla guida delle imprese.
Non è quindi la fine dell’agricoltura familiare, ma un passaggio ad una figura diversa di agricoltore: non più soltanto produttore, ma imprenditore, gestore, innovatore e professionista. È proprio dalla capacità di unire esperienza e formazione, terra e tecnologia, tradizione e nuove competenze che dipenderà una parte importante del futuro delle campagne italiane e dei territori che da esse dipendono.