Chi è la persona che aspira a rappresentare politicamente il Brasile nel 2026? I dati consolidati dal Tribunale superiore elettorale (TSE) dopo la chiusura delle candidature restituiscono un identikit piuttosto preciso: prevalentemente uomo, non giovanissimo, con un’istruzione superiore completata, sposato e impegnato preferibilmente come imprenditore (12,5%) o avvocato (8,2%). Gli uomini costituiscono il 65,2% delle candidature, mentre le donne si fermano al 34,8%; il 58,5% dei candidati ha completato l’istruzione superiore.
Questi dati, ripresi in Italia dall’agenzia Ansa, non sono soltanto una fotografia della politica brasiliana. Permettono di interrogarsi sul rapporto tra istruzione, opportunità sociali e rappresentanza, perché chi arriva a ricoprire una candidatura importante – politica o professionale – ha quasi sempre alle spalle percorsi formativi, professionali ed economici che non sono necessariamente accessibili nello stesso modo a tutta la popolazione.
Come è importante sottolineare che la distanza tra uomini e donne è particolarmente evidente nelle candidature alle cariche più importanti. Le donne rappresentano appena il 15,4% delle candidature alla presidenza, il 38,5% a vicepresidente e il 16,4% a governatore. La loro presenza sale al 36,5% per la Camera dei deputati e al 34,4% per le assemblee legislative statali.
Il confronto con l’elettorato rende il dato ancora più significativo: secondo dati TSE 2026, le donne costituiscono il 52,8% dell’elettorato brasiliano, ma soltanto il 34,8% dei candidati. Nel 2026 sono 7.138 le donne candidate su 20.501 candidature complessive. La loro presenza è aumentata rispetto al 2022, quando rappresentavano il 33,8%, ma il progresso rimane contenuto.
La distanza è ancora maggiore nelle posizioni di vertice. Il fatto che le donne siano maggioranza tra gli elettori ma minoranza tra i candidati dimostra che avere il diritto di voto non significa necessariamente avere le stesse possibilità di accesso alla rappresentanza politica.
Il Brasile ha introdotto strumenti per favorire una maggiore partecipazione femminile: nelle elezioni proporzionali le candidature di ciascun genere devono rispettare una soglia minima del 30%. Tuttavia, i dati del 2026 mostrano che la presenza femminile continua a concentrarsi vicino a quella soglia, mentre rimane molto più bassa nelle candidature alle cariche maggioritarie.
Ma anche la composizione “etnico-razziale” offre uno spunto interessante. Tra i candidati, il 48,7% si dichiara bianco, il 36,3% pardo e il 13,6% nero; gli indigeni rappresentano lo 0,9% e gli asiatici lo 0,5%.
È necessaria ancora una precisazione: il bianco, sempre in Brasile, è la singola categoria più numerosa, ma sommando le categorie pardo e preto si arriva a circa il 49,9%, una quota leggermente superiore a quella dei bianchi. Il dato va quindi letto senza trasformare l’identikit statistico in una falsa maggioranza.
Il confronto con la popolazione è ancora più significativo. Secondo il Censimento 2022 dell’IBGE, il 45,3% dei brasiliani si dichiarava pardo, il 43,5% bianco, il 10,2% nero e lo 0,8% indigeno. Nel complesso, pardos e neri rappresentavano quindi il 55,5% della popolazione.
La politica brasiliana è dunque più pluralista rispetto al passato, ma la fotografia delle candidature non coincide perfettamente con quella della società. Il problema diventa particolarmente rilevante quando si osservano le cariche più importanti e le possibilità concrete di essere eletti.
Il dato che riguarda più direttamente la scuola: il 58,5% ha un’istruzione superiore
Tra tutti i numeri forniti dal TSE, quello che offre il collegamento più immediato con il mondo scolastico è probabilmente il 58,5% di candidati con istruzione superiore completata.
Certo, avere una laurea non significa automaticamente essere più capaci di governare, né garantisce una carriera politica. Sarebbe una conclusione che i dati non permettono di sostenere. Il titolo universitario può però rappresentare una risorsa importante: consente di acquisire competenze specialistiche, può facilitare l’accesso a professioni “alte” e permette di costruire conoscenze e relazioni che possono diventare rilevanti nel corso della vita.
Il punto, quindi, non è stabilire se una persona laureata sia “migliore” di una non laureata. Il punto è capire quanto le opportunità educative contribuiscano ad ampliare le possibilità di scelta di una persona.
Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa particolarmente interessante. Secondo l’Education and Training Monitor 2025 della Commissione europea, nel 2024 solo il 31,6% degli italiani tra i 25 e i 34 anni possedeva un titolo di istruzione terziaria, contro il 44,1% della media dell’Unione europea. L’Italia è quindi ancora molto distante dalla media Ue, nonostante la crescita registrata nell’ultimo decennio: nel 2014 la quota italiana era appena del 24,2%.
Il dato europeo ha continuato a crescere: secondo Eurostat, nel 2025 il 45% dei 25-34enni dell’UE aveva completato l’istruzione terziaria. L’obiettivo europeo fissato per il 2030 è proprio quello di raggiungere almeno il 45%.
Il divario italiano è quindi evidente. Non significa che tutti debbano necessariamente iscriversi all’università. Una società ha bisogno anche di tecnici, professionisti, artigiani, lavoratori specializzati e persone provenienti da percorsi di formazione differenti. È però un dato di fatto che l’Italia continua ad avere una quota di giovani con istruzione terziaria sensibilmente inferiore a quella europea.
Il confronto con il Brasile non deve essere interpretato come una classifica: il 58,5% riguarda i candidati brasiliani, mentre il 31,6% riguarda l’intera popolazione italiana tra 25 e 34 anni, quindi sono indicatori diversi.
Una laurea, quindi, può fare la differenza, ma sarebbe ingenuo considerarla un “passaporto per il successo”.
Il suo valore sta soprattutto nelle opportunità che può aprire. In molti settori il titolo universitario è necessario per accedere a determinate professioni; in altri può rappresentare un vantaggio nel mercato del lavoro. L’istruzione superiore può inoltre sviluppare capacità analitiche, competenze linguistiche e digitali e una maggiore specializzazione.
Il Brasile mostra quanto questa questione sia complessa. Gli indicatori dell’IBGE registrano progressi nel livello di istruzione, ma continuano a evidenziare differenze legate al colore o alla razza. L’istituto statistico ha documentato, per esempio, che l’accesso all’istruzione superiore è migliorato per la popolazione nera e parda, pur rimanendo un divario rispetto alla popolazione bianca.
Questo significa che il problema della rappresentanza politica non può essere affrontato soltanto nel momento in cui vengono presentate le candidature. Le condizioni che influenzano chi potrà arrivare alla politica si formano molto prima, durante il percorso scolastico e universitario.
Per questo scuola, istruzione superiore e democrazia sono temi strettamente collegati.
Ma va detto che Il profilo dei candidati mostra inoltre una forte concentrazione nelle fasce centrali dell’età. Il gruppo più numeroso è quello tra i 45 e i 49 anni, con 3.531 candidature, seguito dai 50-54 anni con 3.171 e dai 40-44 anni con 2.986.
Il dato non significa che l’esperienza sia un elemento negativo. Al contrario, amministrare una grande istituzione richiede spesso competenze professionali e conoscenze maturate nel tempo. Ma per una testata scolastica è inevitabile chiedersi quale spazio abbiano le nuove generazioni nei processi decisionali.
Le politiche su scuola, università, lavoro, ambiente, tecnologia e casa riguardano infatti direttamente il futuro dei giovani. Per questo la partecipazione non dovrebbe iniziare soltanto quando arriva il momento di votare.
Il dato brasiliano sul 58,5% di candidati con istruzione superiore permette allora di guardare alla formazione con una prospettiva più ampia.
La classe dirigente non nasce improvvisamente nei parlamenti. Si forma attraverso percorsi lunghi: scuola, università, lavoro, partecipazione civile e formazione personale.
Questo non significa che una maggiore istruzione produca automaticamente una politica migliore. Significa che una società nella quale l’accesso all’istruzione è più equo amplia anche il bacino dal quale possono emergere professionisti, amministratori e rappresentanti politici.
Ed è proprio questa la questione che riguarda l’Italia. Se nel 2024 solo il 31,6% dei 25-34enni possedeva un titolo terziario, contro il 44,1% nell’UE, il problema non è soltanto recuperare una posizione in una graduatoria europea. È aumentare le opportunità dei giovani e fare in modo che il percorso educativo non sia determinato dalle condizioni di partenza. (Commissione europea, 2025).
I numeri delle candidature brasiliane del 2026 raccontano quindi molto più di un semplice identikit elettorale.
La laurea non garantisce il successo e non rende una persona automaticamente più adatta alla politica. Può però ampliare le opportunità. E se l’accesso a quelle opportunità è diseguale, anche la possibilità di costruire una classe dirigente realmente rappresentativa rischia di esserlo.
Per questo la scuola non è un elemento secondario della discussione. La classe dirigente di domani si sta formando oggi. Non necessariamente perché ogni studente diventerà un parlamentare, ma perché ogni ragazzo che riceve un’istruzione di qualità acquisisce maggiori strumenti per scegliere il proprio percorso, comprendere la società e partecipare alla vita collettiva.
Dal Brasile all’Italia, la domanda finale è dunque la stessa: chi avrà domani la possibilità di rappresentare la società? La risposta non dipenderà soltanto dalle elezioni. Dipenderà anche dalle opportunità offerte oggi nelle scuole, nelle università e nei percorsi di formazione. Perché la democrazia non si costruisce soltanto nei parlamenti e nei seggi elettorali. Si costruisce ogni giorno anche tra i banchi di scuola.