Ci stiamo abituando, in modo impercettibile, alla normalità della guerra. Anche il concetto di bomba nucleare che, fino a qualche tempo fa, costituiva un tabù, sta entrando nel novero delle cose pensabili e possibili, magari col nome di ‘piccole bombe nucleari’ o ‘armi tattiche’, concepite per obiettivi circoscritti. Ignorando che la bomba che distrusse Hiroshima, con la sua potenza di 15 kilotoni, oggi sarebbe considerata anch’essa una ‘piccola bomba’, rispetto a quelle più potenti o ‘strategiche’ che arrivano a centinaia di kilotoni e distruggono intere regioni. In realtà, chi sdogana certi termini, anche solo come minaccia, mette in conto il loro uso. Oltretutto è più facile ricorrere a strumenti di distruzione relativa che a quelli di devastazione estesa.
Ammettiamolo. Il commercio delle armi rappresenta una delle possibilità maggiori di profitto e la guerra, per le grandi industrie, è sempre un’occasione allettante. Attenzione però. È semplicistico affermare che le guerre vengono fatte perché i produttori di armi vogliono guadagnare. A volere la guerra sono i capi di Stato. Ed il meccanismo è noto: la tensione internazionale aumenta il senso della minaccia; il timore di una possibile invasione favorisce le commesse militari; e queste determinano l’aumento dei ricavi delle industrie belliche.
In questi ultimi anni, il riarmo massiccio da parte degli Stati ha divorato somme astronomiche che potevano essere investite nello stile di vita, nella salute, nell’istruzione. Se si considera che un missile moderno può costare da centomila a diversi milioni di euro, a seconda del tipo, allora va detto che con due milioni si possono acquistare decine di ambulanze, ristrutturare unità sanitarie, finanziare manutenzioni importanti nelle scuole. Attualmente, molti paesi spendono decine o centinaia di miliardi all’anno per la difesa. Ad esempio, negli ultimi due anni, la spesa italiana per la difesa è aumentata di circa 12 miliardi di euro, arrivando al 2 per cento del PIL, che è l’obiettivo fissato in sede NATO. Ora, con 12 miliardi di euro, l’Italia poteva acquistare 15.000 ambulanze, oppure costruire oltre 150 scuole nuove e ristrutturare circa 6000 edifici scolastici.
C’è però un problema di fondo da tener presente. È evidente che il danaro che non viene speso in un settore è sottratto ad altri ambiti direttamente finalizzati al benessere collettivo. Purtroppo, però, le scelte di un governo non rispondono solo al criterio di ciò che è più desiderabile ma riguardano priorità contingenti di vario tipo, compresa la sicurezza. Anzi, in particolare la sicurezza. In quanto, se la casa è minacciata, prima di renderla più bella ed accogliente, occorre provvedere a difenderla.
Una considerazione. Che l’incremento degli armamenti possa favorire la guerra, nessuno può escluderlo. Ma che essi rappresentino (purtroppo!) un deterrente decisivo per scoraggiare la tracotanza delle nazioni più aggressive, anche questo non si può negare. Per fare un esempio, è certo che senza le armi adeguate degli Alleati, nell’ultima guerra, il mondo sarebbe rimasto in balìa delle potenze nazifasciste. Per cui, occorre concludere che le armi, a seconda dei casi, possono contribuire ad innescare le guerre oppure a scongiurarle. Dipende dall’uso che se ne fa. Come per ogni cosa.
Sarebbe troppo bello poter affermare che il settore delle armi non merita investimenti e che i missili devono essere distrutti. Disgraziatamente, dopo millenni, siamo ancora nella situazione della massima romana: “Si vis pacem, para bellum”. Se vuoi la pace preparati alla guerra. Cioè crea difese capaci di dissuadere l’aggressore, reale o ipotetico che sia. Se il cuore dell’uomo non fosse una voragine di sopraffazione, allora potremmo trasformare, secondo la profezia, le lance in falci e le spade in vomeri.
Nei giorni scorsi, Papa Leone, ispirandosi a sant’Agostino, ha affermato che la pace non è solo una questione di trattative – per quanto necessarie – o di equilibri fra le parti contrapposte. Essa è innanzitutto una situazione interiore, una ‘forma dell’anima’. Perché la pace non è possibile se non parte dal cuore. Solo chi è ‘disarmato’ dentro, si può disarmare l’avversario. Ma cambiare il cuore – compreso il nostro – non è facile. Probabilmente non è neanche alla nostra portata se è vero che spesso non riusciamo a superare i conflitti interiori e quelli della realtà sociale in cui viviamo.