Lo scorso 9 giugno l’Università di Padova ha ospitato un noto, innovativo e famoso accademico americano, Eric Mazur, per riflettere, in dialogo con docenti e dirigenti scolastici, su nuovi modelli di insegnamento e di valutazione dopo l’arrivo (o l’invasione) dell’Intelligenza Artificiale. Dal breve resoconto che ho potuto leggere sono emerse, da quel confronto, indicazioni interessanti.
Le verifiche dovrebbero puntare sulla capacità di ragionamento, giudizio critico e comprensione profonda (le semplici conoscenze le può fornire l’I.A.). 2) La valutazione dell’Esame di Stato, percepita come giudizio e non strumento di crescita, non aiuta l’innovazione didattica. 3) Si continua a privilegiare la memoria rispetto alle competenze. 4) La valutazione deve spostare l’attenzione dal voto alla crescita dello studente e alla capacità di comprendere ciò che apprende (la valutazione deve aiutare a imparare). 5) Il valore dell’educazione non deve risiedere nella riproduzione di informazioni o in abilità e attività svolte già dall’I.A., ma nello sviluppo della capacità di analisi, interpretazione e giudizio (anche per valutare criticamente le risposte date dagli strumenti digitali). 6) Non bisogna penalizzare il fallimento (o l’errore), perché proprio dagli sbagli nascono creatività, innovazioni e scoperte (gli studenti, inoltre, non devono cercare la risposta attesa, ma sviluppare un percorso autonomo di ricerca e comprensione). 7) I docenti devono ripensare il loro ruolo in una società trasformata dall’Intelligenza Artificiale. Non conosciamo il futuro e la scuola non deve trasmettere staticamente nozioni, ma sviluppare capacità di apprendere, adattarsi e valutare criticamente le informazioni.
Queste, schematicamente, le indicazioni principali. Idee e spunti certamente apprezzabili (almeno in parte), ma non certo nuovi. Ora, con tutto il rispetto verso gli accademici e i dirigenti che hanno preso parte al confronto educativo promosso dall’Università di Padova, è da 37 anni, ormai, che sento parlare e discutere da parte di “intellettuali” (in riviste specializzate, libri, conferenze) dei problemi della scuola italiana (spesso sempre gli stessi) e ugualmente sento proporre le stesse soluzioni o soluzioni molto simili a quelle qui elencate.
Del resto, la scuola italiana (nel corso della sua storia), seppur con metodi diversi e spesso non “corretti” e in contesti socio-economici assai differenti, ha sempre cercato di combattere l’ignoranza e di rendere mentalmente autonome e più libere le persone (per lo meno alcune).
Inoltre, corre l’obbligo di ricordare che, nel tempo, molte trasformazioni, in linea con quanto emerso dal convegno di Padova, sono state realizzate in Italia. Forse non tutte e non come i proponenti speravano (e non è stato sempre un male), ma molto è stato fatto.
Ci chiediamo, però, se tali “progressi” abbiano portato solo un reale giovamento al sistema scolastico. A volte proprio non sembra; anzi, con obiettività, alcuni di questi cambiamenti non ne hanno aumentato l’efficacia e potenziato la forza educatrice e formatrice. Forse hanno avuto perfino effetti contrari e non voluti.
Certamente poi non sfugge a nessuno che ridurre al minimo la memoria, affidandola alle macchine, impoverisce l’uomo. Perché la memoria fa parte dell’intelligenza ed è una “capacità” costitutiva e imprescindibile dell’uomo stesso (l’uomo è anche memoria).
Analogamente non si può intendere il “giudizio” come ostacolo al processo di crescita dell’allievo. Un giudizio, se ben fatto e se discusso criticamente e attivamente con l’allievo, può invece stimolarne e aiutarne la crescita.
Allo stesso modo sappiamo bene che l’errore, lo sbaglio (se compreso), aiuta l’apprendimento (“sbagliando s’impara”) e consolida una conoscenza dinamica.
Resta certo il discorso sull’I.A. e su come integrarla positivamente nei processi educativi. Una questione delicata. L’I.A. fa parte ormai della vita di ogni persona, è entrata a pieno titolo (e si diffonderà ancor di più) in ogni ambito lavorativo e anche, ovviamente, nella scuola. Si tratta, però, di calibrare bene la sua presenza e il suo uso perché porti reali e vantaggiosi cambiamenti al sistema didattico-valutativo. Un uso distorto, eccessivo o “maldestro” potrebbe recare danni al processo educativo e quindi, alla fine, a tutti noi (non solo ai discenti).
In questo senso l’iniziativa dell’Università di Padova (“come valorizzare l’I.A. nella scuola”) appare valida e perfino doverosa.
Un’ultima provocatoria considerazione. Il noto giornalista e scrittore F. Rampini ha evidenziato, in un suo recente intervento, il paradosso della Silicon Valley. Grandi manager e informatici delle big tech mandano i loro figli in scuole (scuole primarie) rigorosamente no-tech, dove i computer, gli smartphone, i tablet e le altre tecnologie avanzate sono banditi. Scuole basate sulla manualità, sul contatto con la natura, sulle relazioni umane e sulla totale assenza della digitalizzazione. In queste scuole si prediligono due approcci educativi: il metodo Steiner e il metodo Montessori (scuole a pagamento, in verità).
Questo, comunque, porta indubbiamente a riflettere. Allora ben venga l’I.A., ma con calma e cautela, con monitoraggi continui, senza fretta né concitazione o facili entusiasmi. Ogni scoperta ha almeno due volti. Non sempre tutti e due sono buoni.