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19.10.2026

Le proteste riempiono le piazze, e anche il conflitto ha una sua “grammatica”

Nelle ultime settimane le immagini delle piazze d’Italia, attraversate da cortei studenteschi, tende piantate davanti ai palazzi delle istituzioni e occupazioni scolastiche, hanno riproposto con violenza visiva il tema dello scontro generazionale e politico.
La cronaca ci consegna istantanee drammatiche: da un lato le rivendicazioni sul diritto allo studio, la denuncia del carovita, delle strutture fatiscenti e della spesa militare; dall’altro, le intemperanze di gruppi giovanili, gli scontri di piazza con le forze dell’ordine e la risposta immediata e difensiva delle istituzioni.

La reazione del dibattito pubblico e del mondo adulto di fronte a questi episodi è stata rapida, sbrigativa e polarizzata. Si oscilla quasi senza soluzione di continuità tra la liquida condanna penale del disordine e una compiaciuta idealizzazione della protesta giovanile. Ma in questa contrapposizione speculare, qual è lo spazio concesso alla comprensione autentica delle cause? Per chi governa e anima i luoghi della formazione, fermarsi al bilancio dei danni o alla contabilità degli slogan significa rinunciare a capire. Questa fiammata di piazza, con le sue luci e le sue pesanti ombre, costringe dirigenti, docenti ed educatori ad affrontare senza ipocrisie quattro parole fondative della nostra vita civile e pedagogica: critica, dissenso, conflitto e protesta. Il termine “critica” deriva dal greco krino, che significa giudicare, separare, discernere.

Eppure, nel lessico contemporaneo delle nostre istituzioni educative e dei dibattiti pubblici, la critica viene progressivamente assimilata a una forma di ostilità, a un disturbo del flusso organico delle cose, a un sintomo di mancata adesione emotiva o ideologica. Viviamo in una stagione storica contrassegnata da un’apparente iper-espressione dei giudizi, dove l’opinione si è fatta istantanea, pervasiva, rumorosa e spesso violenta sui social media. Ma accumulare opinioni affrettate significa davvero esercitare il pensiero?

A questa sovrabbondanza di reazioni individuali corrisponde una drammatica rarefazione della critica autentica, intesa come esercizio rigoroso di analisi, capacità di scomposizione della complessità e ricerca di senso. Per chi dirige, insegna ed educa, questo corto circuito rappresenta una sfida pedagogica e civile di prima grandezza: come possiamo insegnare a valutare se noi stessi temiamo il giudizio rigoroso sulle nostre pratiche? Osservando le dinamiche sociali dell’attualità, emerge una costante preoccupante: la tendenza a neutralizzare o criminalizzare il dissenso. Il dissenso viene frequentemente letto come un’anomalia da riassorbire il prima possibile, un’ostruzione burocratica o una ferita all’armonia del gruppo. Si confonde così la coesione con l’omologazione e la pace sociale con il silenziamento delle voci difformi.

Che tipo di cittadini stiamo formando se identifichiamo l’obbedienza cieca con la virtù civica? In ambito educativo e pedagogico, questo equivoco produce danni profondi. Educare al dissenso non significa affatto coltivare il bastian contrario o legittimare la sregolatezza fine a se stessa; significa, al contrario, insegnare la responsabilità dell’argomentazione, la fatica della prova, il coraggio di sostenere una posizione divergente esponendosi al vaglio della ragione e del confronto rigoroso. È proprio su questa linea di confine che si misura il concetto di conflitto. Nel discorso manageriale e istituzionale dominante, il conflitto è percepito quasi esclusivamente come un fallimento organizzativo, un costo da ridurre o un rischio da prevenire attraverso protocolli di pacificazione. Ma è davvero possibile una crescita senza strappo?

Il conflitto, come la pedagogia critica insegna da sempre, è la sostanza stessa del sociale e della crescita personale. Senza la prova del contrasto, senza l’urto contro la diversità dell’altro o contro l’inadeguatezza delle regole esistenti, non c’è apprendimento, non c’è evoluzione, non c’è scoperta. Un’istituzione scolastica o formativa che espelle il conflitto dalla propria vita quotidiana si condanna all’atrofia spirituale e culturale. La questione cruciale per i dirigenti e per gli educatori non è dunque come eliminare il conflitto, ma come qualificarlo: come trasformare uno scontro distruttivo ed egoico in una controversia generativa, capace di svelare problemi nascosti, ridefinire le priorità e generare nuove forme di convivenza? La protesta, in questo scenario, costituisce il momento corporeo, visibile ed estetico in cui il dissenso prende forma e chiede cittadinanza. Quando i giovani scendono nelle piazze o occupano gli spazi accademici e scolastici per rivendicare un futuro migliore, la reazione immediata del mondo adulto oscilla spesso tra la condanna paternalistica e l’abbraccio demagogico. Siamo ancora capaci di esercitare un’autorità che sia ascolto fecondo e non semplice esercizio di potere?

La vera responsabilità pedagogica di fronte alla protesta risiede nella capacità di restare in ascolto senza rinunciare al proprio ruolo autorevole di interlocutori, sapendo distinguere l’atto vandalico ed eversivo dalla legittima istanza politica e sociale, per trasformare la spinta emotiva della piazza in una riflessione strutturata sui fondamenti della democrazia. In un’epoca tentata dalle scorciatoie dell’algoritmo e della polarizzazione binaria, la scuola e le comunità educative rimangono uno degli ultimi presidi in cui è possibile apprendere la grammatica complessa della democrazia. Dirigere ed educare oggi richiede un profondo ribaltamento di prospettiva: non si tratta di gestire il consenso, ma di abitare la complessità con rigore morale e lucidità intellettuale. Significa comprendere che una comunità senza critica è destinata alla sterile ripetizione del già noto, che una democrazia senza dissenso si riduce a pura procedura tecnica, e che un percorso educativo incapace di attraversare il conflitto priva le nuove generazioni degli strumenti fondamentali per costruire un futuro libero, consapevole e profondamente umano.

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