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06.11.2025

L’educazione affettiva e sessuale è consolidata all’estero: secondo gli studi favorisce il rendimento scolastico

Gabriele Ferrante

Educazione affettiva, sessuale, alle emozioni: in quanti modi è stata declinata questa benedetta ‘educazione’ per fare in modo che anche la sola denominazione potesse mettere tutti d’accordo? Eppure, si tratta di uno di quei temi talmente difficili da affrontare qui da noi in Italia che non sarà facile trovare una soluzione che vada bene a tutti o che sia, quantomeno, ampiamente condivisa.

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Ma come funzione negli altri Paesi? In Europa e negli altri continenti, l’Educazione affettiva a Scuola ha dovuto forse faticare così tanto prima di essere accolta e approvata da docenti, studenti e famiglie? 

Sembrerebbe proprio di no. Questo, almeno, è quanto riporta in questi giorni ‘D’, il supplemento settimanale del quotidiano La Repubblica che pubblica i risultati di un’inchiesta di Save The Children sui cosiddetti programmi SEL (Social and Emotional Learning) nel mondo. Questi rappresentano, fuori dalle frontiere italiane, un paradigma educativo che intreccia educazione socio-emotiva ed educazione affettivo-sessuale con l’obiettivo di aiutare gli studenti a conoscersi, a rispettarsi e a costruire relazioni sane. Sono percorsi strutturati in relazione all’età degli studenti e alla loro maturità, insegnano a riconoscere le emozioni, a sviluppare empatia, a comunicare in modo assertivo e a risolvere i conflitti.

In Canada – si legge su ‘D’ – le scuole dell’Ontario propongono moduli trasversali, come il programma “Healthy Relationships”, che abbina lezioni sul rispetto, la diversità e la prevenzione della violenza di genere con esercizi di consapevolezza emotiva. Gli insegnanti vengono formati per affrontare non soltanto i temi della sessualità, ma anche altri come la vulnerabilità, il consenso e la pressione dei pari e dei social sul corpo e sull’immagine di sé.

Negli Stati Uniti, l’approccio SEL è diventato la base dei programmi di “Relationships education” e di contrasto al bullismo. Progetti come “Second Step” o “Love Is Respect” insegnano a riconoscere le emozioni legate alla gelosia o al rifiuto, e a trasformare l’impulso in dialogo.

In Svezia – continua ‘D’ –  la sessualità è materia obbligatoria da settant’anni a questa parte. La Germania l’ha introdotta nel ’68, seguita da Danimarca, Finlandia e Austria. Nei Paesi Bassi si comincia a parlare di sessualità a partire dai quattro anni, quando i bambini alla scuola dell’infanzia iniziano a ricevere lezioni – in modo correlato alla loro età – sui temi dell’affettività e dell’appropriatezza del contatto fisico. In Belgio, si comincia prima dei dieci anni e in Francia, da quest’anno, i programmi di educazione alla vita affettiva, relazionale e sessuale fanno parte del curriculum dalla prima elementare per arrivare a un’introduzione graduale nella scuola media della componente di educazione sessuale.

Ma attenzione, qui arriva forse la parte più interessante: l’educazione ai sentimenti si rifletterebbe positivamente anche sui risultati scolastici. Uno studio condotto su oltre 250mila studenti da parte dello psicologo e ricercatore statunitense Joseph Durlak, professore emerito di psicologia alla Loyola University di Chicago e uno dei massimi esperti mondiali di Social and Emotional Learning, ha evidenziato un incremento dell’11% nel rendimento scolastico, un aumento delle competenze sociali ed emotive, un calo nei comportamenti problematici e nei livelli di stress emotivo fra gli studenti esposti a classi di SEL rispetto ai coetanei che non seguono questi programmi.

Secondo il Collaborative for Academic, Social and Emotional Learning –  un’organizzazione statunitense senza scopo di lucro per la diffusione di programmi di educazione socio-emotiva  – le competenze emotive fondamentali, come consapevolezza e gestione di sé, consapevolezza sociale, abilità relazionali e decisioni responsabili, sono anche la base per una educazione sessuale consapevole. Imparare a leggere i segnali emotivi propri e degli altri, infatti, aiuta i giovani a gestire l’intimità, a dire “no” quando ne sentono il bisogno e a riconoscere situazioni di pressione o di abuso.

Insomma, conclude il magazine, come scrive lo psicologo statunitense Mark Greenberg, pioniere del SEL, “insegnare a riconoscere le emozioni è come insegnare a leggere: una volta che impari, non smetti più”.

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