Spesso parliamo della situazione inversa, di persone che decidono di uscire dal mondo della scuola perché stanchi della burocrazia, della precarietà. Fanpage riporta un caso opposto: un libero professionista che ha deciso di diventare insegnante.
“Non so più come vivere. Mi serve la stabilità, ma ho intrapreso una carriera che non mi permette di trovarla. E a 34 anni mi trovo a dover cambiare vita e a lasciarmi alle spalle tutto ciò che avevo costruito finora”, queste le parole del trentaquattrenne napoletano che per anni ha lavorato come libero professionista.
“Ho investito nella mia formazione, ho trascorso anni per cercare di sfondare nel mio mestiere. Ho dedicato tempo e fatto sacrifici per arrivare fino a dove mi trovo adesso. Eppure non basta. Non ho mai raggiunto la stabilità che serve a ogni persona per vivere. Così ho deciso di reinventarmi, provando a lavorare nella scuola”.
Per l’uomo lavorare come insegnante rappresentava un piano B. “Il mio piano A si è rivelato essere un sogno che sono riuscito a coronare, ma che non mi garantisce abbastanza risorse per vivere, almeno non in questo tempo. Casa, bollette, spesa: con ciò che guadagnavo, poco e non continuativamente, era diventata un’impresa”. Il 34enne ha ottenuto l’abilitazione per l’insegnamento, ha partecipato ai concorsi del Pnrr, risultando idoneo all’insegnamento ma senza ottenere una cattedra o una supplenza.
“Non ho fatto domanda per la provincia in cui vivo, quella di Napoli: so che per le mie materie c’è troppa affluenza e avrei scarse possibilità di essere chiamato. Nella mia città proverò a inviare curricula alle scuole private. Mi sono candidato, invece, per Pordenone: negli anni scorsi era quella con meno domande. Questo vuol dire che sì, ho più opportunità di essere preso, di rientrare in una posizione migliore nella graduatoria. Ma che rischio di lasciare la mia casa, la mia famiglia e i miei cari solo per un lavoro stabile”.
“Ogni volta che lascio casa è un colpo al cuore – spiega – Sono già stato fuorisede, quando studiavo a Milano. Ci ho vissuto tre anni. Il punto, però, è che all’epoca l’ho fatto con l’intenzione di rientrare. E io volevo davvero fare ritorno a casa. Il punto è scegliere di vivere come fuorisede come progetto di vita, organizzato da tempo. Io ho studiato per laurearmi in magistrale, poi dopo un anno da freelance sono rientrato. Tutta un’altra questione, invece, è quando si tratta di una scelta obbligata: doversi trasferire soltanto perché conviene per punteggio e non avere la contezza, fino all’ultimo momento, se si sarà chiamati o meno”.