Ieri, 26 marzo, si è tenuta un’audizione presso la VII Commissione Cultura sulla proposta di legge contenente “Disposizioni concernenti la denominazione degli anni del corso di studi del liceo classico”.
Il disegno di legge, depositato in Parlamento nel novembre scorso e assegnato alla Commissione Cultura della Camera, è a firma del deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Amorese. La relazione introduttiva chiarisce bene le ragioni della proposta: si tratta – spiega Amorese – di “restituire all’ordinamento scolastico italiano una tradizione educativa e culturale che ha formato intere generazioni di studenti e che rappresenta, ancora oggi, un tratto distintivo della scuola umanistica nazionale”.
Il disegno di legge prevede praticamente esclusivamente un cambio di denominazione: nei licei classici il primo biennio, il secondo biennio e il quinto anno del corso di studi si chiameranno di nuovo, rispettivamente « quarta ginnasio » e « quinta ginnasio », « prima liceo » e « seconda liceo », e « terza liceo ».
A parlare, nel corso dell’audizione, esponenti della Federazione UIL Scuola RUA e della Federazione lavoratori della conoscenza (FLC-CGIL).
Roberto Garofani, segretario UIL Scuola RUA, ha detto: “Sarebbe opportuno che il ripristino del termine ginnasio, oltre ad avere una valenza simbolica e pedagogica, fosse connesso anche all’ampliamento dell’offerta formativa, che non intendiamo come ripristino delle vecchie sperimentazioni, ma come l’unica possibilità, attraverso scelte pedagogiche mirate, di dare risposte concrete di fronte alle nuove sfide che la società contemporanea pone e che possono essere affrontate con le dovute capacità e competenze solo attraverso una maggiore e diversificata acquisizione di conoscenza”.
“Ridare lustro all’insegnamento ginnasiale significa anche ripristinare maggiori ore che costituiscono lo strumento fondamentale per amplificare il bagaglio di conoscenze. Le competenze derivano dalle conoscenze. Riteniamo che in una fase in cui il sistema educativo appare fortemente orientato alle competenze, il richiamo alla tradizione del liceo classico possa avere certamente un significato culturale importante nella direzione evidenziata”, ha aggiunto, facendo notare che nell’articolo 3 della proposta di legge c’è scritto che dall’attuazione del disegno di legge non devono derivare nuovi oneri di natura finanziaria.
A quanto pare, per Garofani, c’è altro di più importante a cui pensare: “In ultimo, ci sembra opportuno sottolineare che sarebbe necessaria un’incisività legislativa anche su questioni più urgenti, attraverso un’azione politica e amministrativa, in particolar modo quella finanziaria del governo, che si concentri anche su altri temi non meno importanti che riguardano e coinvolgono l’intera comunità educante. Nell’ultima parte del mio intervento ho fatto richiamo al fatto che sarebbe opportuno trovarci di fronte a un’incisività legislativa su questioni importanti che riguardano la scuola. L’elenco potrebbe essere lungo, il tempo è tiranno. Brevemente citerei in primo luogo la questione stipendiale per i docenti e il personale ATA, che è una questione fondamentale anche per cercare di trovare un livello di equiparazione all’interno dell’amministrazione pubblica per chi ha anche lo stesso titolo di studio, per cui in alcuni casi abbiamo degli stipendi di 20-30 volte maggiori rispetto agli insegnanti.
Ma per rimanere sul tema dei processi educativi e culturali, c’è una questione fondamentale che è quella del precariato della scuola, che dovrebbe essere affrontata. Questa è una questione di una drammaticità unica, anche perché abbiamo migliaia e migliaia di docenti e personale che non possono permettersi neanche di accedere a un mutuo. Il numero è sconvolgente: 250-300.000 precari sono qualcosa che non esiste in nessun Paese d’Europa, anzi credo che non esista da nessuna parte nel mondo una condizione di questo genere. Un docente su quattro è precario. È chiaro che questo incide in maniera assolutamente negativa su un altro principio su cui tutti ci impegniamo, ovvero quello della continuità didattica. Un docente precario oggi è in una scuola, l’anno precedente era in un’altra, il prossimo anno sarà in un’altra ancora, e questo va a detrimento di qualsiasi principio legato alla continuità didattica”.
Maria Grazia Frilli, componente del Centro Nazionale FLC CGIL, ha invece dichiarato: “Dal punto di vista organizzativo, l’applicazione della denominazione negli atti, quindi nei documenti ufficiali, nel piano orario, nei registri, nelle comunicazioni, come è scritto nella norma, sarà impegnativa e caotica nell’incastro tra diversi indirizzi e percorsi, portando un inutile aggravio di impegno per tutti, che solo chi non vive nella scuola può ignorare. Complessità gratuite, secondo noi, di cui non se ne sente alcun bisogno”.
“Secondo la FLC CGIL, piuttosto che proporre questa ultima idea nostalgica, appare irrinunciabile ragionare di riforma dei cicli, a partire da un vero progetto orientativo che includa nell’istruzione obbligatoria fino a 16 anni la previsione di un biennio unitario per tutti i percorsi”, ha aggiunto.