La guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno rimescolato le carte sul mercato petrolifero globale, riportando al centro del dibattito pubblico una misura che sembrava archiviata: il lavoro da remoto. Non più simbolo di modernità post-pandemia, ma strumento d’emergenza per ridurre i consumi energetici. Dall’Asia all’Europa, governi e imprese si interrogano su come gestire uno scenario che, fino a pochi mesi fa, sembrava improbabile.
Nei Paesi più esposti allo choc energetico, il lavoro a distanza è già realtà operativa. In Egitto è stato introdotto un giorno settimanale obbligatorio di smart working per il settore amministrativo. In Indonesia il venerdì è diventato giornata «agile» per i dipendenti pubblici. In Myanmar il mercoledì è stato dichiarato obbligatorio come giornata di lavoro a distanza. Pakistan e Filippine hanno optato per la settimana corta di quattro giorni nel pubblico. In Thailandia e Vietnam le autorità hanno sollecitato le aziende a favorire il remote working per ridurre gli spostamenti. L’Agenzia internazionale dell’energia ha inserito il telelavoro tra le misure prioritarie per contenere la domanda di petrolio, insieme al taglio dei limiti di velocità e alla riduzione dei voli. In Europa il primo Paese ad aver introdotto restrizioni ai consumi è la Slovenia, con un tetto di 50 litri di carburante al giorno per i privati e 200 litri per le imprese. A fine marzo, il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha invitato gli Stati membri a prepararsi, citando esplicitamente il telelavoro tra gli strumenti disponibili.
Anche in Italia il tema è entrato negli interessi del Governo. A Palazzo Chigi si studiano scenari con crescente urgenza: secondo quanto riportato dal Corriere, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni segue direttamente il dossier, con l’ipotesi di un piano di razionamento dei consumi che non viene più esclusa. Sul tavolo c’è uno smart working nella pubblica amministrazione, sul modello Covid, insieme a misure più tradizionali come la circolazione a targhe alterne e la regolazione dei consumi negli edifici pubblici. Il tema dei condizionatori è considerato uno dei punti critici in vista dell’estate.
Sul fronte sindacale, diverse sigle, da Cgil e Cisl fino alle organizzazioni autonome, hanno chiesto un rafforzamento immediato del lavoro agile. Secondo le stime citate dai sindacati, il remote working può ridurre i costi operativi del 20-30% e generare risparmi per i lavoratori tra i 1.500 e i 3.000 euro l’anno. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano aveva già calcolato che soli due giorni a settimana di lavoro da remoto valgono 1.000 euro di risparmio in trasporti per il lavoratore e 500 euro per ogni postazione spenta per le aziende.
La notizia di una possibile didattica a distanza per il mese di maggio, a causa della crisi energetica dovuta alla guerra tra Stati Uniti e Iran, è stata commentata dal ministero.
Come riportano fonti del Corriere, dal Ministero arriva immediato un secco “non è una misura contemplata nel piano del governo”, quindi, per il momento le scuole resteranno aperte.
È in questo contesto che si è inserito l’allarme lanciato da Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Anief. Pacifico non ha proposto il ritorno alla didattica a distanza, ma ha sollevato uno scenario che molti preferirebbero non considerare: “Se la crisi energetica dovesse aggravarsi ulteriormente, il Governo potrebbe essere costretto a ripescare misure già usate durante il Covid come la DAD o lo smart working per il personale scolastico per tagliare i costi di riscaldamento e trasporto”. Un avvertimento, dunque, non una proposta. Il sindacato, ha precisato lo stesso Pacifico, “non auspica l’aggravarsi della crisi, ma chiede interventi strutturali a favore di famiglie e lavoratori in difficoltà per il caro carburanti e per l’inflazione”, considerando la Dad “una misura emergenziale da confinare a scenari estremi, non certo un modello da riproporre”.