Una lettera aperta indirizzata a presidenti e commissari della maturità denuncia un uso eccessivamente punitivo delle valutazioni finali. A scriverla sono il preside di un istituto di Prato e una professoressa di Italiano e Storia della stessa scuola, entrambi presidenti di commissione all’esame di quest’anno.
Come riporta La Nazione, i due firmatari spiegano di essere stati incoraggiati dal discorso del direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, che aveva esortato presidenti e commissari alla gentilezza: “Scriviamo questa lettera incoraggiati dal discorso tenuto dal direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, nel quale esortava i presidenti e i commissari della Maturità alla gentilezza e a valorizzare il percorso dei ragazzi e il lavoro di accompagnamento all’esame svolto dai colleghi. Noi abbracciamo pienamente l’idea che il percorso scolastico debba avere l’obiettivo di formare i giovani, non solo dal punto di vista didattico ma soprattutto umano”.
I due firmatari denunciano però una realtà diversa da quella auspicata: “Abbiamo appunto tristemente assistito a una preoccupante mancanza di etica, all’assenza di buon senso e affezione nei confronti dei ragazzi e ancor più grave all’incompetenza di coloro che dovrebbero mediare e dirigere la Commissione”. Il preside entra nel dettaglio di alcune votazioni giudicate incoerenti con il percorso degli studenti: “Stiamo dichiarando apertamente il nostro fallimento, stiamo affermando che noi docenti non siamo stati capaci di ottenere il meglio dai nostri ragazzi. Questi numeri non sono una valutazione, dal latino non danno valore; questi numeri mortificano, deprimono e sono diseducativi”.
Nella parte finale della lettera, i due presidenti di commissione rivendicano il valore della relazione educativa: “Crediamo che essere commissario e presidente alla Maturità non sia una responsabilità e un compito da poco, proprio perché in ballo non c’è solo un voto ma la vita dei ragazzi. Se l’esame deve essere asettico e disumanizzato allora si proceda come in altre nazioni a prove tramite computer, se invece vogliamo credere nell’importanza della relazione scuola-comunità, allora qualcosa deve cambiare”. E concludono: “Noi crediamo ancora che esista una scuola giusta, etica, bella, con insegnanti che mettono al centro di tutto gli studenti e la loro crescita”.
In un’intervista sempre alla Nazione, il preside torna sulla discrepanza tra media scolastica e voto finale: “È una situazione che suscita polemiche legittime tra le famiglie. Come me lo spiega, lei, un ragazzo che arriva agli esami con la media del 7 e mezzo e viene diplomato con poco più della sufficienza?”. Sulle responsabilità indica i presidenti di commissione: “Devono controllare realmente, non limitarsi a guardare quello che fanno i commissari”. Sulle cause osserva: “Si mortificano i ragazzi perché si guarda troppo alla griglia e al punteggio aritmetico, dimenticando la globalità della persona”. Racconta un episodio personale, da presidente in un altro liceo: “Avevo di fronte a me un ragazzo bravissimo: fece un errore durante la prova, ma la lode gliela diedi lo stesso”. E conclude: “A volte, certe valutazioni eccessivamente rigide sono solo una cattiveria. Non è una questione di essere severi, ma di essere giusti”.