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Maturità: bene la bocciatura per chi fa scena muta, ma i docenti debbono riflettere

Leggendo l’articolo riportato su La Tecnica della Scuola “Scena muta Maturità, Valditara: ‘Facilismo educativo, certe scuole offrono scorciatoie. La riforma darà senso più alto all’esame’” (https://www.tecnicadellascuola.it/scena-muta-maturita-valditara-facilismo-educativo-certe-scuole-offrono-scorciatoie-la-riforma-dara-senso-piu-alto-allesame) desidero esprimere la mia opinione in merito alle recenti dichiarazioni del Ministro Valditara sulla volontà di bocciare, a partire dal prossimo anno, chi si presenta all’esame di maturità facendo “scena muta”.

Premetto che condivido questa scelta. La scuola non è soltanto il luogo dove si apprendono nozioni e contenuti, ma anche – e soprattutto – un contesto in cui si sviluppano competenze fondamentali per la vita: il sapersi organizzare, il rispetto delle scadenze e delle regole, la gestione del tempo tra studio e interessi personali.

Così come i genitori e i docenti si alzano la mattina presto, fanno sacrifici ogni giorno per il proprio lavoro, anche gli studenti devono imparare a fare la loro parte. Presentarsi alla maturità senza proferire parola non è solo una mancanza di rispetto verso gli insegnanti che li hanno seguiti per anni, ma anche verso i propri genitori che fanno sacrifici per mandarli a scuola e, soprattutto, verso sé stessi.

C’è chi sostiene che, nella maggior parte dei casi, chi fa scena muta lo fa perché “i professori non li ascoltano”, come se da parte nostra mancasse il lato umano. In parte comprendo questa sensazione: la vita scolastica dei docenti è diventata frenetica, compressa tra consigli di classe, burocrazia, progetti, correzione di compiti e sempre meno ore di didattica vera. Di anno in anno assistiamo a continui tagli, che lasciano poco spazio alla relazione educativa. Tuttavia, questo non giustifica il gesto.

La scuola è un luogo di lavoro sia per i docenti che per gli allievi. Ed è vero che molti studenti chiedono di essere ascoltati, ma le domande che mi pongo sono: i loro genitori non li ascoltano? Forse qualcosa si è rotto all’interno delle famiglie? La scuola non può farsi carico di tutto. Eppure, durante l’anno scolastico, vengono attivati sportelli di ascolto, psicologi, figure professionali dedicate al benessere degli studenti… ma la realtà è che spesso nessuno ne usufruisce.

Vorrei aggiungere una riflessione personale. So bene cosa significhi sentirsi a disagio e non essere rispettati o ascoltati: sono parzialmente sordo e porto un impianto cocleare. Nella mia vita mi è capitato di essere deriso e umiliato da chi avrebbe dovuto dare l’esempio – colleghi, datori di lavoro, adulti. Purtroppo succede, e non possiamo farci niente. Ma una cosa l’ho imparata: ognuno di noi, nel proprio piccolo, può scegliere di non diventare come quelle persone arroganti, false e ipocrite. Possiamo scegliere di essere diversi, di essere buoni. E possiamo scegliere di essere i primi ad ascoltare, senza pretendere che siano sempre gli altri a darci qualcosa come se ci spettasse di diritto. Non funziona così.

Non sono il tipo che ama alzare la voce in classe: cerco sempre il dialogo, tendo la mano e parlo con gli studenti spiegando che ciò che facciamo come docenti è nel loro interesse. Invito spesso i ragazzi a partecipare attivamente a quanto facciamo in classe e nei laboratori. Qualcuno comprende, dimostra maturità e si attiva per lavorare e studiare, qualcun altro no. Ahimè, in un attimo arriva la fine dell’anno scolastico e poi c’è chi cerca di correre ai ripari perché ha l’insufficienza, pensando che tutto sia dovuto e che la promozione arrivi dal cielo, come per magia. Sbagliato! Bisogna guadagnarsela, la promozione.

La soddisfazione di raggiungere un obiettivo con il sacrificio è immensa. Ma i ragazzi di oggi sembra che nemmeno ci provino. Se non imparano a lottare ora per un voto, come faranno domani nel mondo del lavoro, nello sport, nella vita?

Per concludere, se si chiama “esame di maturità” c’è un motivo: fare scena muta significa semplicemente non essere maturi.

Ecco perché condivido la linea del Ministro: la scuola deve insegnare che le sfide si affrontano, non si evitano. Tuttavia, prima di parlare di “didattica personalizzata”, occorre risolvere i problemi reali che affliggono la scuola: classi sovraffollate, mancanza di continuità didattica, il precariato crescente che porta con sé tutte le criticità. Senza questi interventi, è difficile realizzare una scuola davvero attenta ai bisogni di ciascuno.

Fabio Gangemi

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