Dal 2013 al 2023 l’Italia ha “perso” circa settecentomila bambini, che nella fascia da 0 a 5 anni sono passati da 3,3 milioni a 2,5. Peggio di noi, in Europa, solo Spagna e Grecia. È una delle tante cifre snocciolate dall’Indire in un suo documento, pubblicato il 7 agosto, dal titolo «Anticipare per governare il cambiamento, il sistema di istruzione di fronte alle sfide del cambiamento generazionale», di cui abbiamo già parlato qualche settimana fa.
In questi giorni, il Corriere della Sera torna sull’argomento, sottolineando alcuni aspetti interessanti del documento Indire che, per il 2050, “profetizzano” una scuola molto diversa da quella di oggi.
Continuando con le cifre, i dati sullo spopolamento sono implacabili: dal punto di vista geografico le scuole del Sud hanno perso più di uno studente italiano su 10 (-12,5 per cento), calo bilanciato da un aumento del 30 per cento degli stranieri. Ma nelle scuole dell’infanzia scende anche il numero di bambini stranieri, (-0,7 per cento). Alle elementari si registra un – 13,5 per cento in nove anni, persi 3 studenti ogni venti. La denatalità non ha ancora colpito le scuole superiori che segnano un aumento minimo (+0,7 per cento), beneficiando di un maggior numero di stranieri iscritti (+23,6) e un calo limitato all’uno per cento degli italiani.
Alla luce di questi dati, nessuna sorpresa se, dal 2016, le sedi scolastiche sono passate da 41.284 a 40.074. 1.200 scuole non sono riuscite a reggere all’onda d’urto e dunque la domanda che ci si pone adesso è come fare in modo che quelle che hanno resistito possano continuare a restare aperte. Le cosiddette piccole scuole (meno di 125 studenti alle elementari e di 75 alle medie) sono infatti 12 mila, più di un quarto delle sedi scolastiche e la metà si trovano nelle aree interne, in Comuni che rischiano di scomparire se non si inverte la tendenza. Oggi una piccola scuola su cinque ha le pluriclassi, quelle con studenti di diverse età e grado di istruzione, che alla primaria sono ormai il 20 per cento e che dieci anni fa erano meno del 15.
Tuttavia il quadro d’insieme – sottolinea il quotidiano milanese – potrebbe non essere così disastroso, perché le piccole e piccolissime scuole e le pluriclassi quasi certamente non saranno più un’eccezione faticosa per tenere aperti quei presidi culturali e sociali che sono le scuole, ma un modello da esportare nelle periferie delle grandi città per sostenere una rete ben distribuita di scuole in un Paese che cambia ma che ha sempre più bisogno di specializzazione e formazione a tutte le età.
E’ una delle conclusioni del rapporto Indire: sono le scuole cosiddette ‘estese’, spazi ibridi fisici e virtuali con forme di apprendimento formale e non formale che si basano su partenariati tra scuola, enti locali e associazioni. Sono le scuole di prossimità, già esistenti dal Piemonte alla Puglia, le scuole diffuse come quella che da quest’anno coinvolgerà sei comuni nella zona di Orvieto in Umbria e che è stata già sperimentata a Reggio Emilia durante la pandemia: si fa scuola nei musei, nei centri sociali e nelle parrocchie. L’obiettivo è rendere sostenibili dal punto di vista economico le scuole, garantendo la qualità e nella consapevolezza che quando chiude la scuola tutta una comunità perde la sua anima. Oggi la scuola di prossimità è più semplice da creare grazie allo spazio digitale che permette di collegare studenti distanti, di distribuire materiale in tempo reale e di affidare alcune discipline – come già avviene nelle piccole isole – a tutor locali, che facciano da tramite con le scuole partner. Per le superiori a rischio chiusura, esiste la cosiddetta «classe articolata» sperimentata a Trento: le discipline comuni sono insegnate a classi miste dei vari indirizzi e quelle specifiche sono affrontate con moduli separati in collaborazione con strutture del territorio.
Nella scuola estesa del futuro – si legge nel documento dell’Indire – il reskilling generazionale si configura come una funzione strutturale, con percorsi formativi modulari e continui destinati non solo a studenti ma anche a giovani adulti, lavoratori in transizione, anziani attivi. In questa visione, la scuola assume i tratti di una piattaforma educativa diffusa, articolata in spazi fisici e digitali aperti, multifunzionali, accessibili e integrati nella vita delle comunità locali, in particolare nelle aree interne.