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Nuove Indicazioni nazionali, ovvero l’arte di scoprire l’acqua calda

La tentazione di fare ironia è forte, ma la limito al solo titolo, per mirare al sodo: ce n’è poco in circolazione, e in tante occasioni la domanda principale e cruciale — nonché quella elusa — è pur sempre ma di che cosa stiamo parlando. Di lei mi servo come filo conduttore per una disamina capillare, se non esaustiva. 

Lavoro nella scuola da quasi quarant’anni — dalla prima supplenza da laureata, a ventitré anni — e posso dire che i richiami alla formazione dello studente, con attenzione al suo cammino di crescita attraverso la valorizzazione delle competenze piuttosto che delle nozioni, e attraverso una valutazione concepita come narrazione del percorso con feedback analitico e orientativo, risuonano da tempo immemore. Perfino già ai tempi della maxisperimentazione Brocca, nella quale ebbi la ventura di lavorare da novellina dell’insegnamento.
Stessa cosa per l’esortazione a promuovere un’educazione etica e civile: a questo proposito ricordo di aver fatto ricorso negli anni a testi di straordinaria levatura, come il manuale di Zagrebelsky Questa Repubblica. Corso di educazione civica per le scuole superiori, adottato ininterrottamente per almeno dieci anni a partire dalla sua pubblicazione con Le Monnier nel 1993.

Quanto a leggere i classici per affinare lo sguardo sul presente, Italo Calvino aveva già detto la sua in maniera pregnante. E se vogliamo restringere il concetto di classico al mondo greco e latino — riferendoci ai suggerimenti su come trattare gli autori nei licei classici e scientifici di ordinamento — vien da sorridere (non solo alle vecchie volpi come me) nel sentir dire che bisogna restituire centralità al testo, compreso quello in lingua italiana, da leggere integralmente e non a parti staccate. Si sorride perché l’industria dei libri di testo, alla quale partecipano anche alcuni degli esperti incaricati dal Ministero di delineare queste nuove indicazioni nazionali, continua ad andare esattamente nella direzione dello sminuzzamento. La lettura integrale, invece, richiede — visti i tempi della scuola — una drastica selezione dei libri da leggere con il dovuto approfondimento nell’arco di un anno, tanto nel biennio quanto nel triennio. 

A proposito di letture integrali, una testa illustre viene espressamente citata per essere decapitata: quella di Manzoni. Anche qui regna sovrana la scoperta dell’acqua calda. Da anni abbiamo interiorizzato che Manzoni va affiancato da altre letture, ma che è ricchissimo di potenzialità di accostamento a tematiche attuali — dalle fake news alla cancel culture — se si sa leggere nelle pieghe del testo. Ed è proprio lì che occorre ficcare il naso, insegnando agli studenti a farlo seguendo le linee del pensiero critico e creativo, anche leggendo ad alta voce insieme a loro — pratica raccomandata da sempre anche ai genitori con i figli piccoli. 

Insomma: come rispondere alla domanda fatidica ma di cosa stiamo parlando, di fronte a questo distillato di ovvietà prodotto dal nostro MIM? Non so di cosa credano di parlare loro, ma so di cosa parlo io, dall’alto di un’esperienza che continua tuttora. Parlo di una libertà che mi sono presa da almeno vent’anni — prima non osavo, ero troppo giovane — quella di ragionare sulla didattica in un’ottica di permanente ricerca e adattamento. Avevano anche coniato un neologismo aberrante per indicarla, di cui trovo ancora tracce qua e là: ricerca-azione. Ebbene: alle volte le aberrazioni, come gli orologi rotti, indicano qualcosa di giusto. In questo caso, che occorrerebbe ridisegnare il profilo dell’insegnante come quello di un ricercatore — di metodi didattici e di contenuti — con un tempo adeguatamente retribuito per la preparazione e uno per la didattica d’aula. E che occorrerebbe ridisegnare l’assetto della scuola superiore per renderla più agile: rendendo i corsi, a partire dal secondo biennio, opzionali, così da permettere agli studenti motivati — e ce ne sono ancora tanti, vi assicuro — di procedere in maniera più appagante, approfondita, talora anche più rapida, rispetto a quanto accade quando si deve tener conto di chi è assolutamente privo di motivazione per una data materia — e anche questi non mancano. 

Mi sto già muovendo in una direzione di diversificazione metodologica, ma lo faccio interamente a mie spese — economiche soprattutto, ma non solo. E questo non può andare bene. 

Cinzia Botta

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