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PEI: i nostri figli non sono burocrazia

C’è una misura nel decreto scuola approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre che viene presentata come semplificazione. Sburocratizzazione.
Il PEI, il Piano educativo individualizzato, secondo quanto annunciato non dovrebbe più essere ridefinito necessariamente ogni anno, ma aggiornato negli anni successivi solo in presenza di “elementi nuovi”.
Valditara lo ha presentato come un modo per tagliare la burocrazia per scuole e famiglie e rendere più tempestiva l’assegnazione dei docenti di sostegno.

Il problema è che il PEI non è burocrazia.
Non è un modulo da riempire per ottenere ore di sostegno o assistenza.
Non è una pratica da sbrigare per meri fini burocratici.
È il progetto educativo di un alunno.

Un anno, per un bambino, è un tempo enorme.
Cambiano le autonomie, la comunicazione, le paure, le relazioni, la classe, gli insegnanti, le richieste della scuola.
Arriva l’adolescenza. Cambiano i contesti e, spesso, cambia il modo in cui quel bambino vive quegli stessi contesti.
Scolastici e privati, che possono interessare la sua intera sfera di vita.
La diagnosi può restare identica. Il bambino no.

Ed è proprio qui che la logica annunciata dal ministro è assurda.

Se apparentemente non ci sono cambiamenti significativi, questo non significa che il PEI possa essere trascinato automaticamente all’anno successivo.
Anche la stabilità va osservata e discussa. 
In ogni caso, ogni anno vanno rivisti obiettivi, bisogni e possibilità, per permettere a quell’alunno di esprimere al massimo il proprio potenziale.
Non dovrebbe essere necessario aspettare un “elemento nuovo” per chiedersi se ciò che era stato progettato un anno prima sia ancora adatto a quell’alunno.
Oggi il PEI è un documento annuale ed è uno strumento flessibile e dinamico.
Le verifiche previste durante l’anno e quella finale servono proprio a controllare il percorso, gli obiettivi e, quando necessario, a modificare la progettazione.

E dietro il PEI c’è il GLO.
Il Gruppo di lavoro operativo non è una riunione decorativa, burocratica o di semplice prassi.
La legge gli attribuisce la definizione del PEI, la verifica del processo di inclusione e anche la proposta delle ore di sostegno e delle altre misure necessarie.
Al GLO partecipano la scuola, la famiglia e le figure professionali interne ed esterne coinvolte nel percorso dell’alunno, con il supporto dell’unità di valutazione multidisciplinare.

È lì che informazioni diverse vengono messe insieme.
La scuola vede ciò che accade in classe. 
La famiglia può raccontare ciò che accade fuori dalla scuola o un disagio che il ragazzo riesce a trattenere durante le lezioni e poi porta a casa.
I professionisti possono leggere aspetti diversi e proporre strategie.
Questa non è burocrazia. È il lavoro necessario per costruire un progetto educativo condiviso, indispensabile per l’inclusione dell’alunno.

Lo dico anche per esperienza diretta. Come presidente di un’associazione che tutela persone autistiche e famiglie, vengo chiamata continuamente proprio quando qualcosa a scuola non sta funzionando.
Partecipo ai GLO quando il PEI non viene rispettato, quando non risponde più ai bisogni dell’alunno, quando gli obiettivi sono stati scritti male, quando manca una risorsa, quando scuola e famiglia non riescono a comunicare o quando ciò che il ragazzo manifesta a casa non viene visto a scuola.
Ed è proprio lì che si capisce quanto il GLO sia importante.
Esistono dirigenti, docenti, insegnanti di sostegno, educatori e referenti per l’inclusione straordinari. Persone preparate che fanno anche più di quanto sarebbe richiesto e che per molte famiglie sono una mano santa.

Ma non tutta la scuola funziona così.
Purtroppo esistono anche persone poco formate. Esistono scuole che vivono l’inclusione come un adempimento. Ed esistono, come in qualsiasi lavoro, persone che fanno il minimo indispensabile.
Le regole servono anche per questo.
Una garanzia non si costruisce pensando soltanto alla scuola perfetta e al professionista perfetto.
Deve funzionare anche quando quel professionista non c’è, quando cambia il dirigente, quando arriva un docente inesperto, quando la famiglia non conosce i propri diritti.

Togliere un obbligo non significa carta.
Può significare togliere il momento in cui qualcuno deve fermarsi, guardare quell’alunno, ascoltare la famiglia e gli operatori sanitari, verificare ciò che è accaduto e mettere per iscritto ciò che servirà dopo
E non è un dettaglio, perché il GLO interviene anche sulla proposta delle ore di sostegno e delle altre misure necessarie all’inclusione.
Quello che viene scritto nel PEI ha quindi conseguenze concrete sulle risorse.

Flavio Fogarolo, esperto di inclusione scolastica e PEI, ha espresso un giudizio molto duro sulla misura, affermando che, se verrà applicata nel modo annunciato, c’è il sostanziale rischio della fine dei GLO, della programmazione condivisa e delle verifiche degli esiti.
È una sua valutazione molto condivisibile. Pensiamoci: se il PEI non deve più essere necessariamente ripensato ogni anno, che spazio resta alla programmazione condivisa e alla verifica?
E c’è un’altra questione sottile, ma degna di attenzione, Valditara dice che le famiglie “beneficeranno” di questa semplificazione.
Da cosa, precisamente, vuole liberarci?
Dal GLO?
Dal confronto con la scuola?
Dalla verifica del percorso dei propri figli?
Dal momento in cui bisogni, obiettivi e risorse vengono messi nero su bianco?

Le famiglie che si rivolgono a noi non chiedono di essere sollevate dal PEI. Chiedono, al contrario, di essere maggiormente coinvolte. E invece si continua a prendere decisioni senza interpellarle, addirittura in loro nome.
Perché ancora oggi esistono famiglie alle quali il PEI viene fatto firmare in fretta, senza una vera lettura e senza che abbiano compreso fino in fondo cosa stanno firmando.

Il problema non è che il PEI esista troppo.
Il problema è quando viene fatto male, quando non viene applicato e quando le famiglie non vengono coinvolte.
Se i moduli sono inutilmente complicati, si semplifichino. Se ci sono parti identiche, si recuperino senza ricopiarle. Se mancano competenze, si investa nella formazione. Se il problema è il copia e incolla, si combatta quello.
Ma non si confonda il modulo con il processo educativo. La carta può essere semplificata.
La progettazione educativa no.
Il punto non è aggiornare un documento perché qualcosa è cambiato.
Il punto è guardare ogni anno quel bambino, quella famiglia, quella classe, quel percorso e chiedersi se ciò che abbiamo costruito per lui funziona ancora.
Se non è cambiato nulla, dobbiamo capire perché. Se è cambiato qualcosa, dobbiamo accorgercene. Se sono stati raggiunti degli obiettivi, dobbiamo fissarne altri.
Se qualcosa non ha funzionato, dobbiamo avere l’onestà di rimetterlo in discussione.

Questo significa fare inclusione.
Ed è francamente inaccettabile che proprio ciò che dovrebbe tutelare i nostri figli venga raccontato come un peso da eliminare.
I nostri figli non sono una pratica da snellire. Non sono un fascicolo da aggiornare solo quando qualcuno decide che è successo qualcosa di abbastanza importante.
Sono persone.
E hanno diritto a un’inclusione vera, non semplificata sulla carta e non decisa in nome delle famiglie

Marie Helene Benedetti
Presidente associazione Asperger Abruzzo

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