C’è una frase che, in sala insegnanti, viene spesso seguita da complimenti e ammirazione: «Ho fatto una lezione inclusiva».
Noi facciamo fatica ad unirci al coro di applausi. Ci viene più naturale chiederci: se quella era una lezione inclusiva, tutte le altre non lo erano?
La parola inclusione suona bene, rassicura. Ma ogni volta che si dice didattica inclusiva, si dice anche, senza volerlo, che esiste una didattica che inclusiva non è. Come se l’inclusione fosse una categoria a parte, qualcosa di speciale.
Eppure una lezione che riesce a coinvolgere tutti non dovrebbe essere l’eccezione. Dovrebbe essere la normalità.
Per questo crediamo che non bisogna fare inclusione. Bisogna fare scuola.
L’obiettivo non dovrebbe essere costruire una didattica “speciale” per qualcuno, ma una didattica capace di raggiungere tutti, ognuno con i propri tempi e il proprio modo di imparare.
Fare didattica viva vuol dire coinvolgere, attivare, incuriosire e dare un’occasione a tutti. La lezione non deve essere più il punto di partenza, ma l’arrivo. Il punto di partenza è la classe.
L’osservazione del contesto, dei bisogni, delle curiosità, dei punti di forza e delle fragilità deve diventare la base della nostra didattica.
E quella progettazione non può più essere un lavoro solitario. Perché gli insegnanti di sostegno e gli educatori non sono assistenti da mandare a fare fotocopie o persone a cui affidare gli alunni che «disturbano». Sono risorse preziose perché vivono la classe da un’altra prospettiva. Stanno dalla parte opposta della cattedra, tra i banchi.
Un esempio che racchiude tutto questo è un progetto di realizzazione di un audiolibro, proposto in una classe seconda della scuola secondaria di primo grado. Una classe disgregata nelle relazioni, eterogenea per culture, provenienza, stili cognitivi e fragilità. Una di quelle classi che molti avrebbero definito difficile.
Il progetto è nato dall’osservazione: conoscere davvero i ragazzi, le loro passioni, i loro punti di forza, ciò che per qualcuno rappresenta un facilitatore e per altri una barriera.
L’obiettivo non era semplicemente realizzare un audiolibro, ma fare in modo che ogni ragazzo potesse sentirsi indispensabile. Il prodotto finale comprendeva testi, illustrazioni, musiche, voci e idee. Ognuno ha contribuito come voleva e poteva. Nessun ruolo era secondario.
La cosa più sorprendente è stata vedere i ragazzi ricostruire l’immagine che avevano di sé. Nessuno aveva mai realizzato un audiolibro. Era una prima volta per tutti. Per qualche ora non esistevano più quelli “bravi”, quelli “in difficoltà”, quelli “che non ce la fanno”. C’erano solo ragazzi che cercavano di contribuire al successo del gruppo.
Abbiamo visto ragazzi molto timidi, che stavano ancora imparando la lingua italiana, chiedere di leggere e registrare la propria voce. Dei compagni che fino a poco tempo prima faticavano persino a parlarsi si incoraggiavano a vicenda.
Magia? No.
Osservazione. Pianificazione. Analisi attenta delle caratteristiche di ogni ragazzo.
Non è l’audiolibro ad aver fatto la differenza. Avrebbe potuto essere un podcast, un fumetto, un giornale o un cortometraggio. A fare la differenza è stato il percorso: partire dai ragazzi, costruire un obiettivo comune e far sentire ciascuno indispensabile.
E se pensiamo di farlo per “includere” alcuni alunni in particolare, stiamo sbagliando: tutti hanno bisogno di questo.
Non esiste una didattica magica capace di risolvere tutti i problemi. Esiste una squadra di docenti e educatori che osserva, analizza, progetta, sperimenta, sbaglia e riprova.
Fare didattica vuol dire esserci. Andare oltre le etichette. Conoscere i nostri ragazzi e continuare a scommettere su di loro.
Il giorno in cui smetteremo di dire «didattica inclusiva», perché tutto questo sarà il nostro modo di fare scuola, avremo forse fatto un passo avanti.
Non nell’inclusione.
Nella scuola.
Marta Frisenda e Riccardo Tosin