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Replica a Meloni: “La scuola non si sistema dividendo i bambini”

Ieri Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento per introdurre un numero massimo di studenti stranieri per classe, sostenendo che non sia accettabile che i bambini italiani arrivino a sentirsi minoranza nella propria classe.
Una frase che apre una domanda enorme: stiamo tornando alla scuola che divide i bambini in base alla provenienza?

Chiamatelo come volete, ma l’idea di stabilire quanti bambini stranieri possono stare nella stessa classe rischia di trasformare la scuola da luogo di integrazione a luogo di separazione. Una sorta di apartheid scolastico in versione burocratica: non più bambini da accompagnare, formare e integrare, ma percentuali da distribuire su una tabella.
Se ci sono classi con difficoltà linguistiche o di integrazione, la risposta dovrebbe essere più insegnanti, più mediatori, più sostegno, più tempo scuola e più risorse, non spostare i bambini come fossero pacchi postali.

E infatti persino i dirigenti scolastici hanno evidenziato il problema pratico: se in un quartiere la presenza di studenti stranieri è elevata, cosa dovrebbe fare la scuola? Mandare via i bambini?
La scuola deve garantire diritti, non costruire ghetti al contrario.

E allora veniamo agli investimenti.
Mentre si rivendicano maggiori risorse per la scuola, il Ministero ha portato gli stanziamenti per le scuole paritarie oltre quota 750 milioni di euro, con un aumento rispetto all’anno precedente.
Nessuno contesta il diritto delle paritarie alle risorse previste dalla legge.
Ma una domanda resta: quanto stiamo investendo nella scuola statale, nella formazione degli insegnanti, nel sostegno e nella qualità dell’inclusione?

Perché il problema della scuola italiana non è che in una classe ci siano troppi bambini stranieri.
Il problema è quando un insegnante di sostegno manca, quando una classe è sovraffollata, quando una scuola ha barriere architettoniche, quando mancano assistenti e quando una famiglia deve combattere per ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto.

E arriviamo proprio al sostegno.
Nel 2024 sono stati introdotti nuovi percorsi di specializzazione, con il coinvolgimento di Università e INDIRE. Il sistema ha poi previsto ulteriori cicli e migliaia di nuovi posti.
Il punto non è demonizzare le università telematiche.
Il punto è un altro: la formazione di chi deve accompagnare un bambino con disabilità non può diventare una corsa al titolo.

Nel 2024 sono emerse inchieste giudiziarie gravissime sul mercato dei titoli falsi e sulle irregolarità legate alla formazione degli aspiranti docenti. Un fenomeno che abbiamo denunciato pubblicamente già allora e che ha portato anche ad arresti.
Non significa che le università telematiche siano responsabili delle truffe. Significa che un sistema che moltiplica titoli e percorsi deve moltiplicare anche i controlli sulla loro qualità e autenticità.

Perché un conto è formare un insegnante.
Un altro è fabbricare un titolo e chiamarlo formazione.
E qui la domanda torna direttamente al Governo:
quali controlli vengono fatti?
quanta formazione pratica viene garantita?
quante ore di tirocinio reale?
quali standard vengono richiesti?
quante risorse arrivano davvero agli alunni con disabilità?

Perché possiamo anche annunciare nuove norme, nuovi tetti e nuovi titoli.
Ma alla fine, dentro quella classe, ci sono bambini in carne e ossa.
Italiani, stranieri, con disabilità, senza disabilità.
E tutti hanno diritto alla stessa cosa: una scuola capace di non lasciare indietro nessuno.
Non una scuola che conta quanti bambini possono stare insieme.
Una scuola che sappia insegnare loro a stare insieme.

Marco Macrì
Genova Inclusiva

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