I PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), che a partire da quest’anno si chiamano però percorsi di Formazione Scuola Lavoro, non rappresentano affatto una mera appendice burocratica del curricolo, ma sono piuttosto un dispositivo psicopedagogico fondamentale per la riorganizzazione del Sé adolescenziale.
Il tema è stato affrontato di recente nel corso di un importante convegno nazionale tenutosi presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università di Bologna.
Particolarmente significativo è stato l’intervento del prof. Giacomo Mancini che ha offerto una prospettiva illuminante, capace di elevare il dibattito dal piano normativo a quello ontologico, partendo dal presupposto che in un’epoca in cui l’adolescenza si è dilatata fino ai venticinque anni, diventando un territorio di incertezza strutturale, la scuola è chiamata a fornire non solo saperi codificati ma vere e proprie bussole esistenziali. Il quadro delineato è di estrema complessità poiché i nostri studenti vivono oggi una crisi doppia, dove al fisiologico turbamento evolutivo legato alla decostruzione dei modelli infantili si somma un contesto socioculturale definito correttamente come incerto e confusivo.
La crisi ambientale, l’instabilità economica e la percepita fragilità degli adulti di riferimento privano i giovani di quell’orizzonte di senso necessario per progettare il domani, alimentando il rischio di un ripiegamento in un eterno presente dove l’adolescente rimane bloccato e incapace di trasformare le proprie potenzialità in progetto. È precisamente in questa frattura che la pedagogia dell’orientamento deve rivendicare il proprio ruolo, trasformando i PCTO in spazi di sperimentazione sicura attraverso un’intenzionalità educativa che vada ben oltre l’anticipazione del mondo del lavoro.
Questi percorsi offrono l’occasione irripetibile di esplorare il possibile e di confrontarsi con compiti reali e ruoli diversi da quello abituale di studente, permettendo ai ragazzi di riconoscere inclinazioni e limiti attraverso un processo di sottrazione, dove capire cosa si desidera passa spesso dal comprendere ciò che non ci appartiene. All’interno di questo laboratorio di cittadinanza psicologica, il confronto con il gruppo dei pari e il sostegno di tutor emotivamente competenti permettono di integrare le frammentazioni interiori in una narrazione coerente di sé stessi, trasformando la paura del futuro in una domanda di senso gestibile. L’efficacia di tali dispositivi non è tuttavia automatica ma dipende strettamente dalla qualità della mediazione adulta, poiché il docente e il tutor aziendale non devono limitarsi a certificare un monte ore, ma devono fungere da specchi riflessivi capaci di restituire allo studente il valore della propria esperienza.
Le evidenze scientifiche e le ricerche condotte attraverso focus group confermano che, quando il percorso è vissuto come autentico, si registra un incremento significativo del senso di autoefficacia e una contestuale diminuzione del rischio di dispersione scolastica. Si tratta di un’operazione di civiltà che permette ai ragazzi di stare nel mondo sentendosi parte attiva di una comunità, superando la visione utilitaristica che spesso ha zavorrato l’istituto dell’alternanza.
Per gli studenti più vulnerabili, questi spazi diventano addirittura punti di aggancio vitali per evitare lo stallo evolutivo, a patto che la scuola sappia personalizzare l’offerta e trasformare la fragilità in risorsa. In conclusione, accogliendo il monito del Prof. Mancini, dobbiamo guardare questi percorsi, comunque li si voglia chiamare, come a luoghi di pensiero e di crescita emotiva, strumenti fecondi per accompagnare gli adolescenti nell’esplorazione del Sé e nella costruzione di un futuro che non sia più percepito come una minaccia da cui difendersi, ma come una promessa da abitare con fiducia e competenza.