In questi giorni si parla moltissimo, con sgomento, della strage di Pietralata. In questa cittadina vicino Roma i genitori di una bambina con disabilità di cinque anni, lo scorso fine settimana, hanno deciso di ucciderla e in seguito di togliersi la vita.
Come riporta La Repubblica, secondo le prime ricostruzioni nessuno si sarebbe accorto dell’omicidio-suicidio per ben sessanta ore. La coppia, a quanto pare, avrebbe vissuto nella disperazione proprio a causa della patologia della figlia, tanto da rivolgersi a uno specialista in Messico spendendo moltissimi soldi: si parla di 300mila euro.
Purtroppo, però, la piccola, nata prematura di sette mesi con una paralisi cerebrale, non avrebbe risposto alle cure come sperato. Intorno ai corpi della famiglia sono state trovate decine di lettere indirizzate a parenti e amici. “Da soli non ce la facciamo”, hanno scritto i due.
Si sta discutendo della cura delle persone con disabilità, spesso soffocante per chi se ne occupa. Valentina Perniciaro, fondatrice e portavoce di Tetrabondi Ets, che da anni promuove progetti e iniziative per costruire un approccio diverso alla disabilità, è caregiver del suo secondo figlio, e non nasconde di aver pensato al gesto estremo.
“Sono uscita dal buio quando ho imparato a vedere un bambino dietro l’immagine che diagnosi, parole e sguardi avevano costruito. La disabilità di un figlio all’interno di una famiglia è un uragano, ma non è un dramma senza fine”, ha detto a La Repubblica.
E, parlando della bambina vittima della strage: “Anche nella sua complessità avrebbe avuto diritto di frequentare la materna. Avrebbe fatto bene a tutti: agli altri bambini, a lei, ai suoi genitori. Avrebbe voluto dire concedere alla madre non solo magari di lavorare, ma anche il contatto con se stessa e con il mondo. Oggi lei e i suoi genitori sono al cimitero. Ed è una responsabilità collettiva”.