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Prove Invalsi e retorica arrugginita del ministro Bussetti

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La retorica arrugginita del Ministro Bussetti e i sempre più discutibili esiti delle Prove Nazionali, suggestivi, ma strumentali e completamente privi di valore scientifico sul piano della ricerca educativa e didattica, non brillano certo per competenza ed originalità.

Da oltre un secolo assistiamo ad un ben costruito teorema politico-culturale post-unitario, ancora tutto da dimostrare, Sud povero e ignorante, Nord ricco e colto e ad un linciaggio morale ed economico che mira solo ed esclusivamente a fornire una chiave di lettura negativa di tutto il Sud, a denigrare ed a demolire il sogno di un Paese e di una scuola uniti, capaci di educare alla solidarietà e alla cooperazione.

Politiche sbagliate fatte di continui insuccessi, di bisogni mancati, di problemi non risolti – la costruzione di una scuola, di una strada, di un parco ecc., al Nord rientravano nella normale attività amministrativa, mentre al Sud erano, e continuano ad essere, interventi straordinari per il Mezzogiorno – non hanno consentito di combattere un passato ingeneroso, costruire un futuro migliore fondato sulla uguaglianza delle opportunità e consentire al Sud di combattere una partita alla pari con il Nord.

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Chi ha un minimo di conoscenze pedagogiche ben sa che l’educazione nel suo essere, di fatto, comporta sempre un carattere personale e un carattere sociale. Lo stesso Piaget rileva che lo sviluppo intellettivo non è mai un processo individuale, ma dipende essenzialmente dall’interazione, cioè dalla vita sociale. Tutti i costituenti della natura umana sono, in pratica,  determinati dalla interazione con le condizioni socio-culturali.

Il processo educativo è, dunque, un processo di mediazione e integrazione dei contenuti culturali presenti nel contesto storico con le forme che essi assumono nell’interiorità del soggetto.

Orbene, il Ministro Bussetti, prima di lasciarsi andare ad ingenerosi giudizi nei confronti della scuola, degli studenti e dei docenti meridionali, dovrebbe tener conto del fatto che l’ambiente è agente di educazione e che il Sud, a causa di politiche che più che sostenerlo lo hanno affossato, ha ancora un passato da combattere e un futuro da conquistare.

Pertanto, sono ben evidenti i limiti di una corrente di pensiero che vede nel Sud una zavorra  e nella regionalizzazione un progetto sociale di liberazione degli oppressi.

Questa filosofia della “reticolarità” più che rappresentare una sfida democratica, manifesta le inefficienze dello Stato ed esprime accanimento ed ostilità nei confronti  delle scuole  meridionali che, non potendo più utilizzare il contributo delle forze della società civile e delle risorse dell’ambiente, non potranno mai  migliorare la capacità di intervento e garantire comuni itinerari formativi in grado di colmare il vuoto fra i contenuti culturali e l’esperienza che gli allievi vivono, tra alcuni sistemi di valori e gli obiettivi a cui la scuola mira.

Ad ogni cambio di ministro si crea solo disorientamento, incertezza, precarietà e i progetti sulla regionalizzazione, che  tendono a conquistare il consenso del Nord, a riscaldare il loro cuore  ed evaporano in declamazioni utopistiche, pongono le premesse per l’annullamento dei concetti di “Paese educante” e comunità scolastica.

Bisogna rimettere in moto la nave di un riformismo scolastico serio capace di realizzare, ovunque, una scuola in dialogo, democratica e accogliente, efficace ed efficiente sul piano professionale e politico.

Le variabili in gioco sono tante, ma occorre, con forza, promuovere una scuola nuova attraverso nuove dimensioni formative che fanno della scuola un’istituzione prodotta dalla Repubblica e che produce Repubblica.

In mezzo a tanta distruzione, a tanta durezza e a tanto pseudo riformismo,  si può e si deve far capire che la scuola non  è il luogo adatto per insegnare la geografia ideologica, ma per costruire la democrazia.

Dopo le piaghe e le tragedie del comunismo e del fascismo, non si può buttare dalla finestra la prospettiva e la possibilità di una scuola che ponga al centro lo sviluppo della persona e della comunità.

La scuola, nel complesso, anche a causa del peso del debito pubblico, è un anello debole, ma dalle enormi potenzialità creative.

Spetta a ciascuno di noi insistere sulle dimensioni morali e culturali di un’ educazione che consenta ad ogni persona di comprendere l’individualità degli altri e sentire la necessità di progredire verso l’unità.

Nel XXI secolo, secondo le raccomandazioni e gli obiettivi generali  del Rapporto Faure, tutti dovranno saper agire con una maggiore autonomia e capacità di giudizio, insieme a un  più forte senso di responsabilità personale per il conseguimento di obiettivi comuni.

Fernando Mazzeo