La povertà educativa non è più un’emergenza, ma un fenomeno grave e strutturale della società italiana, che coinvolge oltre un milione di minori e compromette la crescita delle giovani generazioni. I recenti fatti di cronaca rendono ancor più evidente l’urgenza di un cambiamento di rotta nell’azione educativa che coinvolge la famiglia e la scuola.
Creare un ambiente educativo fondato su fiducia, accoglienza e accompagnamento personale è il compito di ogni educatore: genitore, docente, operatore scolastico, persona adulta.
La regola pedagogica del “saper guardare tutti e osservare ciascuno” se costantemente applicata, viene incontro alla complessa situazione di disagio che tanti ragazzi vivono nella loro interiorità e non riescono a manifestare se non attraverso atteggiamenti e comportamenti non sempre ben interpretati dai docenti in classe e spesso mal gestiti da parte dei genitori.
Educare oggi significa accompagnare i giovani nel cammino della vita con uno stile che non offra loro semplici istruzioni; assicurare una ‘presenza educativa’ vigile e attenta; formare il cuore prima ancora della mente, facendo sì che ogni ragazzo possa scoprire la propria identità e l’originale progetto di vita di cui è portatore.
Educare significa aiutare i giovani a crescere nell’autonomia e nella responsabilità delle azioni seguendo la regola del “pensare prima di agire” affinché diventino uomini e donne capaci di contribuire al bene della società. L’esercizio della cittadinanza attiva si alimenta di piccoli gesti quotidiani che a scuola è opportuno promuovere, suggerire, indirizzare e anche premiare, offrendo i necessari rinforzi alla costante ricerca del bene comune, per rendere ciascuno protagonista di cittadinanza attiva e responsabile.
Essere all’avanguardia del progresso non significa solo saper usare nuove tecnologie, e navigare nei mari dell’intelligenza artificiale, ma saper leggere i segni dei tempi e rispondere con creatività e audacia alle sfide del mondo e proporre gli strumenti specifici di crescita per i giovani, soprattutto per i più fragili.
La povertà educativa si combatte innanzitutto rendendo la scuola, attraverso l’istruzione, un vero centro di educazione e di formazione integrale. Le discipline sono un mezzo e non il fine della scuola, dove la regola del saper stare insieme e non solo accanto, impegna la costante ricerca di convergenti obiettivi di crescita e di sviluppo. Il bravo docente, guardando negli occhi i suoi alunni si pone la domanda: quale sarà il futuro di questi ragazzi? Questa domanda attiva il “campo magnetico” di attrazione docente-studente, indirizza la spiegazione della lezione verso il loro domani e stimola la motivazione ad apprendere, a saper pensare e saper agire nel graduale sviluppo delle proprie capacità.
Ogni insegnante, di fronte a un alunno fragile, bisognoso di particolari attenzioni, si accorge subito che le cause di ogni comportamento sopra le righe affondano le radici nel passato e scaturiscono dal contesto socio-familiare. La cura educativa va indirizzata prioritariamente a sanare le ferite, aprendo il cuore e la mente dei ragazzi verso nuovi orizzonti di sviluppo, aiutandoli ad uscire dal cerchio incantato della solitudine in cui spesso sono costretti a vivere, senza possibilità di ascolto e di dialogo, spesso legati a compagnie non sempre serene e positive.
L’educazione all’affettività, alla cura dei sentimenti, non può essere attuata per decreto o come norma da rispettare, ma scaturisce dalla sensibilità del docente educatore, che si prende cura dei propri studenti, li guida, li accompagna, li incoraggia, e si impegna a “non perdere nessuno di quanti gli sono stati affidati”.
Offrire agli studenti un raggio di speranza e disegnare insieme un arcobaleno di serenità per il domani è compito della scuola che educa e insegna a vivere.