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Prima Ora | notizie del 28 agosto

Educare allo stupore, la forza vitale della meraviglia

Immaginiamo un bambino che osserva una notte stellata. Guidato dagli adulti, egli può imparare che alcune stelle sono molto più grandi del Sole, che esse sono a distanze enormi, che l’universo ha una storia di miliardi di anni… Tutto questo appartiene alla conoscenza scientifica. Ma può nascere una domanda ulteriore: «Perché esiste l’universo?». E ancora: «Perché esiste qualcosa anziché il nulla?». Queste domande non appartengono più soltanto alla scienza. Sono domande metafisiche.

Il pensiero metafisico nasce precisamente quando l’intelligenza non si accontenta del fenomeno ma cerca il fondamento. Quando la conoscenza dal «Che cosa vedo?» passa al «Perché esiste ciò che vedo?». Ed infine: «Qual è il fondamento ultimo della realtà?». In ogni caso, la metafisica non nega la realtà sensibile ma, partendo da essa, la oltrepassa con una domanda successiva. Questo è essenziale. La conoscenza è pluriforme e non deve necessariamente eliminare il mistero.

Qualcuno ha osservato che esistono due modi di vivere. Uno è pensare che nulla sia un miracolo, l’altro è pensare che tutto sia un miracolo. Non è un caso che Aristotele abbia individuato proprio nella «meraviglia» l’origine della filosofia. Per questo fanno paura quei ragazzi disincantati, aridi, che sanno ogni cosa del computer ma ignorano cosa è lo stupore. Non sentono l’impulso di fermarsi di fronte ad un paesaggio o dinanzi alla bontà scolpita sul volto di una persona anziana.

È qui che l’educazione assume una responsabilità decisiva: quella d’impedire che l’uomo perda la capacità di meravigliarsi. È compito degli educatori fare in modo che il ragazzo, oltre alla «curiosità», fonte della ricerca scientifica, possieda anche la «meraviglia», fonte del pensiero filosofico e religioso.

Possiamo, a questo punto, individuare una delle maggiori emergenze educative del nostro tempo. Abbiamo ragazzi esposti a una quantità sterminata di informazioni. Ma «informazione» non significa necessariamente «sapienza». Un ragazzo può sapere moltissime cose e non essersi mai posto una domanda radicale sul senso della propria esistenza. Può conoscere il funzionamento dell’universo e non essersi mai chiesto: «Perché c’è un universo?». Può conoscere il funzionamento del corpo umano e non essersi mai chiesto: «Che cosa rende una vita veramente degna di essere vissuta?». Può comunicare continuamente attraverso uno smartphone e non avere mai imparato a stare in silenzio davanti al mistero della propria coscienza.

L’esistenza stessa è di per sé un mistero. E questo mistero, osserva il teologo Romano Guardini, consiste nel fatto che «ad un certo punto abbiamo cominciato ad esistere». Questa è una frase che meriterebbe di essere meditata: io esisto. E non ho deciso io di esistere. Da questa semplice constatazione può nascere una delle domande metafisiche più profonde: «Perché io esisto?».

Per questo motivo, l’educazione religiosa conserva una funzione preziosa. Può diventare «educazione alla profondità». Ne deriva che il compito dell’educazione religiosa non è soltanto quello di trasmettere formule, comandamenti, nozioni bibliche…, ma è soprattutto quello di «educare lo sguardo».

Erroneamente si pensa che la religione offra immediatamente una risposta e quindi interrompa la ricerca. La religione non chiude la domanda aperta dalla ricerca scientifica ma la conduce al suo compimento. Essa dovrebbe insegnare a vedere la realtà nella pluralità dei suoi livelli. Ad esempio, una persona, nella visione religiosa, non è solo un organismo biologico, un centro di consapevolezza, ma è anche un soggetto dal valore eterno, di relazioni, libertà, responsabilità, dignità.

Torniamo allora al bambino che guarda una notte stellata e domanda: «Ma chi ha fatto tutto questo?». La risposta educativa più povera sarebbe: «Non fare domande. È così e basta». Una risposta puramente tecnica potrebbe essere: «Ti spiego come si sono formate le stelle». Una risposta educativa più ricca diventa invece: «È una domanda bellissima. Cerchiamo insieme».

Perché in quel «cerchiamo insieme» comincia la filosofia. E forse può cominciare anche la fede. La Filosofia e la Religione possono educare la ragione a non fermarsi alle risposte immediate. Possono condurre l’uomo a passare dalla «curiosità» alla «meraviglia». Perché un uomo che ha la capacità di meravigliarsi davanti al mondo, alla vita e davanti al mistero della realtà, non ha ancora smesso di cercare Dio.

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