Dopo l’accoltellamento a morte di un ragazzo, diciottenne, a La Spezia, a scuola, si cerca di capire cosa sia scattato nella mente dell’aggressore, un altro giovane, di diciannove anni. Si tratta di un ragazzo di origini marocchine.
Il padre del giovane, a La Repubblica, ha parlato dell’accaduto come una “bomba” che ha cancellato “tutta la fatica, tutti gli sforzi, ogni singola goccia di sudore di questi 18 anni passati per farci accettare in questo Paese”. “Non volevo ucciderlo ma solo vendicarmi per quelle foto”, è la sintesi del presunto movente.
Nella vita del ragazzo, dicono i genitori, “non mancava niente: perché ha preso quel coltello, perché”. Di lui ha parlato la sua docente: “È un ragazzo straordinario, un grande talento, impegnato, bravo, intelligente: ogni mattina arrivava prima di tutti i compagni, era sempre pronto a parlare. In sei mesi aveva imparato l’italiano, e lo sapeva bene, senza inciampi. Solo che dava molto anche da pensare, se non ci si fermava alla superficie”.
“Mi raccontava che una parte di sé gli parlava, sentiva voci che gli suggerivano cosa fare, diceva ‘quando parlo con lui’. Credo che questo stato di — non saprei come chiamarlo — sdoppiamento, gli derivasse da un passato traumatico e dal fatto di essere stato lasciato solo da bambino, di essere cresciuto senza madre e padre: quando era piccolo i genitori dal Marocco si erano trasferiti in Italia, lasciandolo con dei parenti”.
“A lui era capitato qualcosa di doloroso: non saprei dire cosa, non me l’ha mai raccontato. Forse l’ambiente era molto religioso, forse c’erano violenze, magari in strada, forse droghe. In un momento di sconforto mi confidò alcune cose pesanti, poi però non volle più tornarci sopra. Quando gli spiegai che io c’ero, che potevamo affrontare quel doloroso capitolo, mi disse: prof non ne voglio parlare, preferisco non pensarci più”.
“Dopo il 7 ottobre aveva espresso idee radicali che mi avevano spaventato, nutriva odio contro gli ebrei (che per lui erano filistei), sapeva diventare violento. Ne avevamo anche parlato in classe, i ragazzi avevano portato la canzone di Ghali Casa mia per discuterne. Si erano soffermati su quel: ‘Siamo tutti zombie col telefono in mano’, e cioè siamo distratti da cose stupide mentre in luoghi non troppo lontani si combattono guerre. Cercavo di parlargli, perché la scuola è un luogo di ascolto e di educazione socio-affettiva. Ma era difficile. Era come se nessuno vedesse davvero la sua parte oscura. Ma solo il fatto che era bravo, era il migliore in tutto”.
“Vorrei tanto parlarci, vorrei capire, vorrei chiedergli perché, se davvero aveva premeditato quello che è successo. Quando si era lasciato con la ragazza marocchina era tornato nel suo guscio, forse più incattivito di prima, più oscuro e buio. È un ragazzo che vive una sofferenza estrema e che sia andata a finire così mi ha devastata”, ha concluso.