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Riforma tecnici e professionali

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Il prof. Alberto Felice De Toni è attualmente la presenza più richiesta nei convegni sull’argomento, in qualità di presidente della Commissione voluta dal ministro Fioroni e confermata dalla Gelmini per rilanciare questo importante settore dell’istruzione secondaria di II grado, che attrae circa il 57% degli studenti. Invitato a parlare delle prospettive, si è inevitabilmente soffermato sulle numerose problematiche ancora aperte. 
L’elenco è davvero lungo, a cominciare dal fattore economico. 
Il rilancio dell’istruzione tecnica passa attraverso il rinnovamento della didattica, lo sviluppo delle competenze, l’approccio laboratoriale: bisogna dunque investire su strutture e attrezzature, laboratori e uffici tecnici, dipartimenti di ricerca, formazione dei docenti, orientamento dei giovani: dove trovare le risorse? La legge n. 133/2008, art. 64, e il successivo Piano programmatico prevedono drastiche misure di contenimento della spesa pubblica, per cui il nodo cruciale su cui si sta ragionando è sempre quello dei costi. La stessa quota di flessibilità, che le scuole devono gestire in autonomia, senza un sistema di incentivi continuerà a restare bloccata, come avviene adesso.
Incerto, al momento, rimane anche l’aspetto della governance: in attesa che la proposta di legge presentata dal deputato Aprea (Pdl) sia approvata e con quali modifiche,si moltiplicano a livello territoriale le iniziative di “sperimentazione” di Comitati tecnici con esperti esterni, di solito designati da Confindustria, attraverso l’approvazione di specifici protocolli d’intesa con le istituzioni scolastiche. Resta ancora in sospeso pure il discorso della valutazione e della dirigenza, che non potrà sentirsi responsabilizzata in ordine ai risultati finché il posto è assicurato come per i docenti.
I diplomi quinquennali dovranno poi corrispondere al costituendo Quadro europeo dei titoli e delle qualifiche (EQF). Gli otto livelli in cui esso è articolato sono descritti in termini di risultati di apprendimento, delineati secondo conoscenze, abilità e competenze, che devono essere certificate, ma il lavoro è tutto da costruire. Se poi consideriamo che in quasi tutti gli altri paesi europei il diploma si ottiene a 18 anni, cioè un anno prima rispetto all’Italia, si apre un ulteriore fronte di discussione, e non è escluso che il percorso, attualmente strutturato in 2+2+1, possa in futuro accorciarsi proprio per esigenze di adeguamento al sistema prevalente nei paesi della U.E.
La legge 40/2007, art. 13, voluta da Fioroni per il rilancio dell’istruzione tecnica e professionale, si poneva l’obiettivo di costituire una filiera tecnico-scientifica attraverso la costituzione degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), una offerta più stabile dei percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS),e lo sviluppo dei poli tecnico-professionali.Ne ha parlato ampiamente Anna Laura Marini, dirigente del Miur.Finora perònon si è andati oltre l’atto di indirizzo (DPCM 25/1/ 2008) e restano da mettere in pratica le successive fasi attuative.
Per quanto riguarda l’istruzione professionale, il problema da affrontare è quello del rilascio delle qualifiche triennali, di esclusiva competenza regionale, in regime di sussidiarietà, con soluzioni negoziate che si prospettano diverse a seconda delle Regioni. Il primo esempio di sperimentazione è quello avviato in Lombardia,allo scopo di incentivare l’integrazione tra i due sistemi sotto il governo della Regione: dal prossimo anno scolastico, gli istituti professionali potranno attivare percorsi triennali utilizzando la quota di autonomia del curricolo e operando un raccordo con gli obiettivi specifici di apprendimento della qualifica regionale.
Probabilmente il Veneto, dove il numero degli alunni frequentanti gli attuali Centri di Formazione Professionale è rilevante, seguirà la stessa strada. Di certo,appare già delineata la scelta politica di riconoscere e valorizzare l’importanza di questi percorsi, considerati parte integrante dell’offerta formativa territoriale e con un ruolo sociale di efficace contenimento della dispersione.
Se dunque la riforma del II ciclo è tuttora alacremente in elaborazione, sul fronte delle politiche scolastiche territoriali, gli enti locali sembrano muoversi con decisione nell’ambito del piano di attuazione del Titolo V della Costituzione, in base al quale le Regioni avranno la gestione e l’organizzazione dell’intero sistema educativo di istruzione e formazione.I tempi sono ormai imminenti: entro il 1° settembre 2009, le Regioni si impegnano ad approvare la normativa per la gestione del personale, e si arriverà ad una piena attuazione del programma entro la fine del 2010.
Ma anche l’ente provinciale avrà un ruolo di coordinamento “fondamentale e strategico”: ha le idee chiare l’Assessore della Provincia di Vicenza Morena Martini. 
La Provincia svolgerà un’azione di razionalizzazione della rete scolastica, elaborando proposte di riordino secondo i nuovi indirizzi, interpretando al meglio le istanze e le specificità del territorio, per rilanciare la modernizzazione, dando voce a tutti gli attori e portatori di interesse. A tal fine, l’intenzione è di realizzare un tavolo permanente di confronto per creare un patto che faccia della scuola uno strumento di sviluppo culturale, sociale ed economico.

La conclusione del Seminario è stata affidata a Marco Paolo Nigi, segretario generale dello Snals, che non poteva non rimarcare come quei 3 miliardi di euro tagliati alla scuola dalla manovra finanziaria rischiano di rendere impossibile qualsiasi riforma, comportando un impoverimento deleterio dell’offerta formativa.