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Riforma Università, slitta il voto al Senato

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Il disegno di legge sull’università approvato il 30 novembre alla Camera dei deputati nonostante la ferma opposizione degli studenti in tutta Italia e la mobilitazione degli Atenei (come riportato in un precedente articolo), non sarà discusso Palazzo Madama prima del 14 dicembre. La decisone è stata presa nella riunione dei capigruppo al Senato, dove il provvedimento è tornato dopo gli emendamenti e il voto favorevole a Montecitorio. 
Quindi, il DdL Gelmini approderà in Aula al Senato soltanto dopo il dibattito sulla fiducia al Governo, previsto per martedì 14 dicembre, giorno in cui è convocata una conferenza dei capigruppo proprio per decidere la calendarizzazione del suddetto disegno di legge.

L’Associazione nazionale docenti universitari (Andu) commenta così la notizia: “lo slittamento dell'approvazione del DdL è stato ottenuto da un grandioso, cosciente e pacifico movimento che ha visto finalmente scendere in campo gli studenti universitari e medi per difendere il proprio futuro e quello della loro università e del loro Paese”. 

In un d
ocumento unitario delle organizzazioni sindacali universitarie e delle Associazioni della docenza si evidenzia che “il DdL riduce l’accesso all’Università degli studenti e dei docenti-ricercatori necessari alle esigenze di crescita culturale, sociale ed economica del Paese, vanifica di fatto il diritto allo studio, espelle dall’Università intere generazioni di studiosi precari che hanno dedicato, spesso senza alcun riconoscimento dei risultati raggiunti, tanti anni alla ricerca e all’insegnamento”. 
In particolare, i
docenti dell’Andu contestano “un consiglio di amministrazione con pieni poteri e con la presenza di esterni, la messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori che comporta l'ampliamento e l'allungamento del precariato, l'accentuazione del nepotismo con la scelta locale nel reclutamento e nelle carriere, il mantenimento della docenza in ruoli separati”. 
E gli studenti del Link-Coordinamento universitario parlano di “un disegno di legge sostenuto solo da rettori e Confindustria. Per questo il 14 dicembre saremo in piazza a Roma e in tutta Italia, ci appelliamo non solo agli studenti, ma ai cittadini e alle cittadine italiane a unirsi a noi per una grande giornata, non solo di opposizione, bensì di riscatto sociale”. 

Anche l’Udu (Unione degli universitari) è soddisfatta della decisione di rinviare il voto finale di Palazzo Madama: “questo ennesimo rinvio rappresenta una sfiducia della Gelmini ancora prima del 14 dicembre. Di certo, le nostre mobilitazioni non si fermeranno, anzi continueranno fino al ritiro del DdL, perché abbiamo un’idea migliore di Università pubblica per il futuro del Paese che vogliamo portare oltre il 14 dicembre”.  

La Gelmini
mostra una certa preoccupazione e un comunicato del Miur sottolinea che “se il DdL non dovesse ricevere il via libera definitivo o non essere calendarizzato potrebbero verificarsi” una serie di “conseguenze per il sistema universitario”. Tra queste, “il fondo per assumere 1.500 professori l’anno tra il 2011 e il 2013 sarebbe inutilizzabile”. Inoltre, “dal 1 gennaio, se non passa il DdL, non si potranno bandire posti da ricercatore”, in considerazione del fatto che “le norme sui concorsi da ricercatore, riviste con la legge 1/2009 scadono il 31 dicembre 2010”. 
Da più parti, però, s
i ribadisce al Governo la richiesta di aprire una discussione pubblica sull’università italiana e sulle sue reali necessità.
Intanto, giovedì 1° dicembre, gli studenti dell’Università di Roma Tre hanno consegnato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ospite di un convegno, una lettera-appello in cui, tra l’altro, è scritto: “noi studenti siamo del parere che questa riforma, nei suoi contenuti e nei suoi passaggi fondamentali, vada contro i principi cardine della nostra Costituzione e dunque non può diventare legge”.

E proseguono in tutta Italia le manifestazioni degli studenti universitari e dei liceali (anche di movimenti che fanno riferimento alla destra) che protestano contro i tagli all’istruzione pubblica.