Nei primi nove mesi del 2026 le richieste di aiuto legate alla salute mentale sono passate da 687 a 1.286 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo quindi registrare un incremento dell’87,2%: i dati, ripresi dall’Ansa, sono stati prodotti da Telefono Azzurro in vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre. E confermano che oggi i problemi psicologici dei giovani non rappresentano un tema che può essere affrontato soltanto negli studi degli specialisti o nelle strutture sanitarie: è una questione che riguarda anche le aule, i corridoi, le relazioni tra compagni e il rapporto quotidiano con gli insegnanti.
I numeri, pubblicati da Ebbene, riguardano i casi seguiti dal Servizio 1.96.96 di Telefono Azzurro e non rappresentano, da soli, una misurazione della diffusione dei disturbi psicologici tra tutti gli adolescenti italiani: è comunque un segnale importante della crescente necessità di ascolto e sostegno.
Secondo gli esperti, la salute mentale costituisce oggi il motivo principale del 35,7% delle richieste di aiuto rivolte al servizio, contro il 30,1% registrato due anni prima.
A chiedere supporto sono soprattutto gli adolescenti, con un’età media di 15 anni. Sette su dieci sono ragazze. Cambiano anche le modalità con cui i giovani scelgono di raccontare le proprie difficoltà: l’85% dei primi contatti avviene attraverso chat o WhatsApp, mentre il 15% passa dal telefono.
Questo è un elemento che interroga anche il mondo dell’istruzione: per raggiungere gli studenti, infatti, è necessario comprendere i loro linguaggi e offrire occasioni di confronto nelle forme in cui si sentono maggiormente a proprio agio.
Tra i segnali di disagio più frequenti rilevati da Telefono Azzurro figurano ansia, tristezza e solitudine. Le richieste di aiuto riguardano inoltre difficoltà legate all’immagine offerta dal proprio colpo, all’autostima e al rapporto con il cibo. In 417 casi, quasi un terzo di quelli collegati alla salute mentale, emergono anche pensieri suicidari, tentativi di suicidio o atti autolesivi.
Sono situazioni che richiedono attenzione e competenze specifiche, senza semplificazioni né diagnosi improvvisate. Il disagio, infatti, non si manifesta sempre attraverso comportamenti evidenti: può accompagnarsi a un isolamento progressivo, a difficoltà nelle relazioni, a un calo della partecipazione alle attività scolastiche o alla sensazione di non essere compresi.
Il quadro trova un ulteriore elemento di confronto nei dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo la scheda informativa pubblicata il 1° settembre 2025, circa un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni, a livello mondiale, vive con un disturbo mentale.
L’OMS sottolinea inoltre che ansia e depressione possono incidere sulla frequenza scolastica e sul rendimento in classe, mentre ambienti familiari, scolastici e sociali capaci di offrire sostegno rappresentano fattori importanti per il benessere psicologico.
La scuola, dunque, non può sostituirsi a psicologi, medici e servizi territoriali, ma può contribuire a riconoscere tempestivamente le difficoltà e a facilitare l’accesso al supporto. È anche il luogo in cui si impara a gestire i conflitti e si sperimenta, giorno dopo giorno, il senso di appartenenza a una comunità.
Una parte importante della riflessione riguarda il rapporto tra adolescenti e tecnologia. Per molti studenti, i social network e piattaforme digitali non costituiscono un mondo separato dalla vita quotidiana: sono spazi in cui nascono amicizie, si condividono esperienze, si cerca approvazione e, talvolta, si subiscono esclusioni o umiliazioni.
Il problema non è riducibile alla semplice presenza online. Il paragone continuo con immagini idealizzate, la paura di essere esclusi dal gruppo e la ricerca di consenso possono diventare fonti di difficoltà per alcuni adolescenti, soprattutto quando si intrecciano con fragilità personali e relazionali.
A mostrare quanto il fenomeno sia vicino all’esperienza quotidiana dei ragazzi è anche l’indagine Istat sui comportamenti dei giovani nel 2023, pubblicata il 26 giugno 2025. Su un campione rappresentativo di oltre cinque milioni di residenti in Italia tra gli 11 e i 19 anni, il 68,5% ha dichiarato di aver subito, nei dodici mesi precedenti, almeno un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online oppure offline. Il 21% ha riferito comportamenti vessatori con una frequenza superiore a una volta al mese, mentre circa il 34% ha dichiarato di aver subito qualche forma di oltraggio online.
Queste percentuali non indicano che ogni episodio abbia provocato un problema di salute mentale, ma documentano la diffusione di esperienze che possono compromettere il senso di sicurezza e l’appartenenza al gruppo. Il cyberbullismo, inoltre, non si ferma necessariamente all’uscita da scuola: un messaggio offensivo, un contenuto condiviso senza consenso o l’esclusione da una chat possono prolungare il conflitto anche a casa, rendendo più difficile trovare uno spazio di pausa.
Per questo, l’educazione digitale non dovrebbe limitarsi alle regole per navigare in sicurezza. Dovrebbe comprendere anche il rispetto della persona, la responsabilità nella condivisione dei contenuti, la gestione delle emozioni e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Sono competenze che riguardano l’educazione civica e che possono essere sviluppate attraverso discussioni guidate, attività di gruppo e progetti contro bullismo e discriminazioni.
Anche l’intelligenza artificiale entra in questo scenario. Le nuove tecnologie possono offrire strumenti utili per apprendere e comunicare, ma è importante che gli studenti imparino a utilizzarle con spirito critico, senza confondere una risposta automatizzata con il sostegno professionale necessario quando il disagio diventa significativo.
Di fronte a questi fenomeni, il primo passo non consiste nell’attribuire ogni difficoltà ai social network o alle nuove generazioni, ma nel creare condizioni in cui gli studenti possano parlare senza sentirsi giudicati. La prevenzione passa anche dalla possibilità di chiedere aiuto prima che una situazione diventi più difficile da affrontare.
L’OMS evidenzia che “è importante che ci siano di interventi di promozione della salute mentale e di prevenzione capaci di rafforzare la gestione delle emozioni, le abilità relazionali e la resilienza, coinvolgendo diversi contesti, tra cui la scuola, i servizi sanitari e la comunità”.
In questa prospettiva, il ruolo degli insegnanti non è quello di mettere le vesti dei “terapeuti”, ma di contribuire a un ambiente formativo nel quale sia possibile riconoscere una difficoltà, parlarne e indirizzare chi ne ha bisogno verso le figure competenti.
Allo stesso tempo, gli studenti possono diventare parte attiva del cambiamento, imparando a non alimentare le prese in giro, a non condividere contenuti umilianti e a non considerare la richiesta di aiuto un motivo di vergogna.
Il tema è stato al centro anche dell’incontro, promosso da Telefono Azzurro, svolto a Bologna con l’Università e l’IRCCS, Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna: gli studenti sono stati protagonisti di un confronto con istituzioni ed esperti su benessere psicologico, ansia, pressione dei social network, cyberbullismo e intelligenza artificiale.
Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, ha detto che “scuola, università, istituzioni e società civile possono unire le forze per costruire risposte concrete”. E questo sottolinea la necessità di creare spazi sicuri di ascolto, prevenzione e partecipazione.
Sempre in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, anche l’ASP di Agrigento, insieme al progetto Chiavi di Lettura, ha promosso iniziative a Licata e Sciacca l’8 e il 9 ottobre: il programma comprende letture, musica, mostre e laboratori artistici, con la partecipazione di studenti, servizi sanitari e realtà del territorio, per favorire inclusione e sensibilizzazione. A Sciacca è previsto anche il workshop di pittura Orizzonti Creativi, in un percorso che valorizza la cultura come occasione di incontro e condivisione.
La sfida, quindi, non è soltanto intervenire quando il disagio è già evidente, ma costruire una cultura scolastica in cui il benessere psicologico venga considerato parte integrante della crescita. Perché il successo educativo non si misura esclusivamente nei voti e nei risultati, ma anche nella possibilità, per ogni studente, di sentirsi accolto, rispettato e libero di chiedere aiuto.