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Aggiornato il 14.07.2025
alle 09:39

Scena muta Maturità, Affinati: “Montessori o Don Milani sarebbero d’accordo. Se i prof non conoscono gli alunni la scuola è noia”

Non si parla d’altro: il mondo della scuola è scosso profondamente dalle ultime proteste plateali di due studenti veneti, i quali, a distanza di qualche giorno, hanno deciso di fare scena muta all’orale di maturità, contestando il sistema scolastico basato sui voti.

Sono moltissimi i commenti di personalità e istituzioni sul tema. Ad esprimersi è stato anche il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che è stato categorico: “Comportamenti di questo tipo non saranno più possibili. Se un ragazzo non si presenta all’orale, oppure volontariamente decide di non rispondere alle domande dei suoi docenti non perché non è preparato, cosa che può capitare, ma perché vuole ‘non collaborare’ e quindi ‘boicottare’ l’esame, dovrà ripetere l’anno”. A quanto pare ci sarà quindi una riforma della Maturità dal 2026.

“Bene ha fatto il Ministro Valditara ad annunciare che il prossimo anno chi non intenderà sostenere la prova orale dell’esame di maturità verrà bocciato. Con la prossima riforma che stiamo per varare se uno studente non sosterrà l’orale decidendo di non rispondere alle domande dei docenti, con la chiara intenzione di boicottare l’esame, dovrà ripetere l’anno. In ogni caso, sottolineo, che rifiutarsi di sostenere l’orale quando si è sicuri di essere comunque promossi è un modo molto comodo di “ribellarsi”, così Paola Frassinetti, sottosegretaria all’Istruzione e al Merito.

Ecco le parole di Daniele Novara, che era già intervenuto: “Questi giovani non stanno scappando dalle loro responsabilità: stanno denunciando un sistema che troppo spesso li valuta con logiche punitive e classifiche, senza tenere conto della loro crescita reale, del contesto che stanno vivendo, e della necessità di una scuola più dialogica, partecipativa e orientata all’apprendimento, non al voto.

Dobbiamo abbandonare il modello di scuola che mette al centro l’autorità e non l’autorevolezza, il controllo invece della crescita. L’esame orale così com’è strutturato rischia di diventare una vetrina dell’ansia più che un momento di reale riflessione e valorizzazione del percorso scolastico. Invito a rimettere al centro della scuola le relazioni, l’ascolto e l’evoluzione degli apprendimenti. Se i ragazzi e le ragazze si ribellano, è perché chiedono una scuola che li aiuti a crescere, non solo a rispondere a domande”.

Gramellini: “Abituatevi”

Massimo Gramellini, su Il Corriere della Sera, ha detto: “Nello spiegare le ragioni per cui ha scelto anche lei di fare scena muta all’orale della Maturità, la bellunese ha descritto una scuola ridotta a esamificio e dominata dal demone della competitività, dove gli studenti vengono stimolati a primeggiare invece che a collaborare e i professori sono più interessati ai voti che ai volti. ‘Da parte dei docenti non c’è mai stata la voglia di scoprire la vera me‘, si è lamentata. 

Verrebbe da risponderle: abituati, perché all’università sarà uguale e sul lavoro anche peggio. Troverai persone pronte a pestarti i piedi e altre che ti addosseranno colpe non tue pur di pararsi il fondoschiena. Della ‘vera te’ si preoccuperanno in pochi, alcuni dei quali finiranno per deluderti, perché ti volteranno le spalle nel momento del bisogno. La vita, purtroppo, funziona così. 

Anche così. In certi posti del Nord Europa un po’ meglio, ma negli altri come da noi: più o meno. Con la differenza che in India e nell’Estremo Oriente stanno crescendo generazioni assatanate di affermazione economica e sociale e sarà difficile proteggere i giovani europei da una sfida che con tutta evidenza non sono più attrezzati né interessati a combattere.

Tu fai bene il tuo mestiere di diciannovenne: l’idealista. Ma Claudio Magris ci ha insegnato che l’utopia non conduce a nulla, se non è accompagnata da una buona dose di disincanto. Ogni don Chisciotte ha bisogno del suo Sancho Panza. Non me ne volere se oggi quella parte è toccata a me”.

Affinati e l’importanza della relazione umana

Ecco le parole dello scrittore Eraldo Affinati, a favore della protesta: “Tutti i grandi educatori moderni, da John Dewey a Maria Montessori, da don Lorenzo Milani ad Alberto Manzi, nella sostanza sarebbero stati d’accordo con questi ragazzi. Dico di più: li avrebbero abbracciati uno per uno. Intendiamoci: noi sappiamo che ogni giudizio, non solo scolastico, dell’uomo sull’uomo è un’invenzione culturale: non si tratta della verità, che resterà fatalmente inattingibile, bensì di un modo, sempre imperfetto, che è stato escogitato allo scopo di organizzare la società. La polis non esiste in natura, così come l’aula scolastica. Ma come facciamo a spiegarlo? Una maniera ci sarebbe: bisogna scoprire gli ingranaggi della valutazione. Questo, ammettiamolo, è molto più complicato che limitarsi a svolgere il programma, interrogare e stilare il cosiddetto bilancio delle competenze”.

“Non dovremmo addestrare gli scolari a superare l’ostacolo, come se l’istruzione fosse un percorso di guerra, destinato a premiare chi arriva primo lasciando tutti gli altri nella retrovia polverosa. Come professori siamo chiamati a fondare, insieme agli allievi che ci sono stati affidati, nuove imprese conoscitive. In mancanza di una fiducia reciproca fra chi insegna e chi studia, niente si può realizzare. Se i docenti non conoscono nel profondo gli alunni che hanno di fronte e si mantengono disinteressati alle loro persone, la scuola continuerà ad essere un luogo specialistico dove ci si annoia e basta, senza scoprire e riconoscere i propri talenti”.

“È necessario puntare tutto sulla qualità della relazione umana: nel momento in cui stipuliamo un patto emotivo con l’adolescente, ogni cammino potrà essere intrapreso. Scaricare di peso il voto, invece di drammatizzarlo, significa premiare il movimento registrato dallo scolaro rispetto alla sua stazione di partenza, prima ancora del traguardo raggiunto o mancato. Ciò non significa ridurre gli obiettivi didattici, ma calibrarli sapendo che ogni apprendimento ha tempi e forme diverse. Creare in un diciottenne la consapevolezza della dimensione convenzionale di qualsiasi esame è di gran lunga più importante che fargli conseguire un buon risultato. Non illudiamoci: almeno fin quando il titolo di studio conserverà valore legale, quali che siano i sistemi di valutazione praticati, il distacco fra l’istituzione e la persona sarà inevitabile, in certo qual modo necessario; tuttavia, soprattutto oggi, in piena rivoluzione digitale, se davvero vogliamo far crescere nei giovani in via di formazione il senso della responsabilità non possiamo limitarci a contrapporre alle loro prevedibili insofferenze i nostri semplici cartelloni precettistici. Dobbiamo prendere sul serio le rimostranze di chi percepisce lo scarto fra la potenza della vita e l’artificio della scuola”.

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