Il dibattito sull’evoluzione del nostro sistema scolastico è più attuale che mai. Nonostante i successi, la scuola italiana si trova di fronte a una sfida cruciale: passare da un modello incentrato sulla sola istruzione a uno che privilegi l’educazione. Questo cambiamento, che alcuni considerano radicale, si rende necessario per preparare i giovani alle sfide del futuro.
Questa è una riflessione a partire dall’articolo “L’economia civile – Dalla scuola delle competenze alla scuola dei talenti” pubblicato oggi, 17 settembre 2025, su “Avvenire” a firma del noto economista italiano Stefano Zamagni.
Dare una svolta decisiva alla nostra scuola significa ripensare il suo stesso fondamento filosofico. Non si tratta di eliminare l’istruzione, ma di elevare l’educazione a priorità assoluta. Questo passaggio è essenziale per superare un modello che si è dimostrato inadeguato alle sfide attuali. La nozione di “competenza” è arrivata nel mondo scolastico sull’onda di un’organizzazione del lavoro di stampo ford-taylorista. Il concetto stesso è legato alla competizione, suggerendo che per avere successo, sia nel mercato che altrove, sia necessario essere “competenti”.
L’istruzione, in questa visione, si è concentrata sulla preparazione dei giovani a gareggiare, agendo principalmente sulle loro abilità cognitive. Questo approccio didattico è stato concepito per rendere gli studenti funzionali a un sistema che, seppur ancora influente, è in forte declino. Tuttavia, questo modello ha rivelato i suoi limiti. L’era digitale, pur valorizzando le competenze, ha creato un paradosso evidente: un numero crescente di lavoratori possiede abilità superiori a quelle richieste dal proprio impiego. Questo fenomeno, noto come “over-skilling,” provoca frustrazione e spreco di risorse, lasciando inutilizzate le capacità più avanzate delle persone.
La spiegazione risiede nel fatto che, negli ultimi vent’anni, gli investimenti nell’istruzione hanno superato il ritmo di trasformazione delle strutture lavorative. Di conseguenza, l’ossessiva focalizzazione della scuola sulle competenze ha generato un risultato perverso. A ciò si aggiunge la rapida obsolescenza delle competenze acquisite, a causa dell’accelerazione dei cicli di innovazione. È qui che entra in gioco l’educazione. A differenza delle competenze, che si acquisiscono, i talenti sono doni naturali che la natura distribuisce a tutti gli esseri umani. L’educazione, intesa come un “accompagnamento” (dal latino e-ducere), non si limita a un’acquisizione di nozioni, ma mira a far evolvere le abilità del carattere.
Tali abilità non invecchiano mai, ma al contrario, si rafforzano nel tempo. L’educazione, come suggeriva Platone, viene prima dell’istruzione, perché “la mente non si riempie se prima non si è aperto il cuore”. Un progetto educativo fallisce se si limita a fornire gli strumenti del sapere senza accendere negli studenti la speranza, la passione e la voglia di agire. L’educazione, a differenza dell’istruzione che aumenta le capacità, mira a potenziare le capacitazioni dell’individuo. Come hanno osservato Amartya Sen e Martha Nussbaum, un incremento delle capacità non sempre porta a un analogo aumento delle capacitazioni.
Passare a una scuola che valorizza i talenti significa riconoscere che non basta formare menti competenti, ma è necessario formare cuori capaci di sognare e di agire.