Sulle scuole superiori unificate, tutte “raccolte” nella denominazione licei, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara fa sul serio: a margine della premiazione del primo Maestro del Made in Italy, a Roma, ha dichiarato che “non ha più senso distinguere tra licei e istituti tecnici”.
Quindi, il giorno dopo, ha confermato al Gr1 la volontà di far cadere la tradizionale distinzione terminologica, almeno in Italia, tra licei e istituti tecnici e professionali: ha infatti ribadito che a suo modo di vedere “l’istruzione tecnica e professionale è un’istruzione di serie A. Abbiamo potenziato lo studio delle materie di base, italiano, matematica, inglese, proprio per colmare quei divari”.
Quindi, il titolare del dicastero bianco di Viale Trastevere ha annunciato l’intenzione di presentare una norma che cambierà il nome di tutti gli istituti superiori, tecnici e professionali inclusi.
“Bisognerà fare una legge – ha sottolineato – e se ci saranno i tempi tecnici per la sua approvazione potrà partire già da settembre”: un obiettivo che, francamente, appare davvero difficile da ottenere, considerano soprattutto che i tempi medi di approvazione di una legge in Italia risultano assai lunghi (a meno che non si intenda intervenire con un decreto legge, di cui si farebbe carico il Governo, salvo poi la ratifica entro due mesi da parte del Parlamento).
E poi, ammesso che venga approvata la norma, bisognerà attendere le iscrizioni degli studenti, quindi per l’entrata in vigore della norma occorrerà attendere almeno un anno e mezzo, quindi settembre 2027. A meno che non si voglia semplicemente cambiare la denominazione dei corsi degli istituti superiori, senza però cambiarne i contenuti dell’offerta formativa.
Per esprimere il suo dissenso verso questa proposta del Ministro, la Flc-Cgil ha ricordato che esiste una relazione del 2023 redatta da un gruppo di quattordici esperti coordinati dal professor Giuseppe Bertagna, nella quale i percorsi della secondaria vengono già denominati “licei” e si propone di ridurre a quattro anni tutti gli indirizzi.
“Ci chiediamo – hanno fatto sapere dal sindacato – se nelle intenzioni del Ministero ci siano scelte che vanno al di là di formali cambi di denominazioni, prevedendo invece una riforma a pezzetti della secondaria che arrivi fino alla riduzione di un anno di tutte le scuole superiori”.
Un’eventualità che la Cgil respinge con nettezza, citando anche le ricadute occupazionali: la riduzione di un anno comporterebbe, secondo il sindacato, “il taglio automatico del 20% degli insegnanti di sostegno”, che corrisponde ad oltre 40.000 cattedre tagliate.
La Flc-Cgil ricorda che, allo stato attuale, la riduzione a quattro anni dei percorsi di secondo grado non può essere imposta dall’alto: può avvenire solo su delibera del collegio dei docenti, trattandosi di sperimentazioni volontarie consentite dal DPR 275/1999, non di percorsi ordinamentali.
Il sindacato conclude ribadendo la propria “netta contrarietà” al progetto, sia per la riduzione qualitativa che comporterebbe sull’istruzione secondaria, sia per l’impatto sugli organici scolastici. Una posizione che, almeno per ora, si scontra con la visione del ministro: una scuola superiore dove il nome non conta, ma conta – e molto – ciò che si studia e come.