C’è davvero bisogno di un’autorizzazione scritta per parlare a scuola di corpo, relazioni, consenso e sessualità? La domanda non è più teorica. Dal 7 luglio è in vigore la legge 9 giugno 2026, n. 104, sul consenso informato in ambito scolastico; mentre scrivo, è appena partita la raccolta di almeno 500.000 firme per un referendum che ne chiede l’abrogazione integrale. È un confronto che merita serietà, perché riguarda il confine tra il ruolo delle famiglie, l’autonomia della scuola e il diritto dei ragazzi a ricevere informazioni corrette.
La legge prevede che, nelle scuole secondarie, la partecipazione alle attività extracurricolari e a quelle di ampliamento dell’offerta formativa su temi attinenti alla sessualità richieda il consenso preventivo scritto dei genitori, o dello studente se maggiorenne, dopo la visione dei materiali, degli obiettivi e degli eventuali esperti coinvolti. Se l’adesione manca, lo studente non partecipa oppure riceve un’attività alternativa. Per la scuola dell’infanzia e la primaria sono escluse le ulteriori attività didattiche e progettuali su questi temi, ferme restando le Indicazioni nazionali.
Informare le famiglie è giusto. Rendere trasparenti materiali, finalità e competenze degli esperti è doveroso. La scuola non deve agire alle spalle dei genitori e nessuno può pensare di sostituirsi al loro compito educativo. Ma informare non è la stessa cosa che attribuire un potere di esclusione su conoscenze che riguardano salute, sicurezza e dignità. Il punto critico, a mio avviso, è proprio qui: quando la collaborazione diventa autorizzazione, un diritto formativo comune rischia di trasformarsi in un’opportunità facoltativa, diversa da famiglia a famiglia.
L’espressione “temi attinenti all’ambito della sessualità” è ampia, mentre nella vita reale della scuola il confine tra lezione curricolare, laboratorio interdisciplinare e ampliamento dell’offerta formativa non è sempre netto. Il rischio non è soltanto il contenzioso: è che, per prudenza, qualche scuola rinunci in partenza ad affrontare questioni complesse ma necessarie.
Del resto, l’educazione sessuo-affettiva è già dentro i libri che usiamo. È in Freud, nella libido, nelle pulsioni e nel complesso di Edipo; è nella Lisistrata di Aristofane, in Saffo, Catullo e Ovidio. Attraversa Paolo e Francesca, il Decameron, Angelica e Medoro, La Lupa, Il piacere, La coscienza di Zeno, Gli indifferenti, Ragazzi di vita e L’isola di Arturo. Sono opere che parlano di desiderio, gelosia, potere, tradimento, identità, libertà e responsabilità. Non leggerle in questa profondità significherebbe svuotarle della loro umanità.
Lo stesso vale per l’arte: la Nascita di Venere, il David e il Giudizio Universale, Apollo e Dafne, Amore e Psiche, Paolina Borghese o Il bacio di Klimt non sono immagini da coprire, ma occasioni per comprendere il corpo, il mito, il desiderio e perfino la sopraffazione. Vale per la storia, quando si studiano la condizione femminile, il patriarcato, gli stupri di guerra, le persecuzioni e le discriminazioni. Vale per le scienze, quando si parla di pubertà, apparato riproduttivo, gravidanza, prevenzione e infezioni sessualmente trasmissibili. La cultura non è asessuata e la scuola non può trattarla come un campo minato.
Nel dibattito pubblico sono state evocate anche drag queen e attori pornografici nelle aule. Ma non risultano progetti nazionali, linee ministeriali o una pratica diffusa che affidino l’educazione sessuo-affettiva alle drag queen. È legittimo pretendere che ogni soggetto esterno abbia competenze adeguate, obiettivi chiari e materiali trasparenti; peraltro la legge prevede già la deliberazione del collegio dei docenti e l’approvazione del consiglio d’istituto. Ma una politica educativa non dovrebbe essere costruita attorno a immagini estreme usate come se descrivessero la normalità.
Che cosa dovrebbe essere, allora, l’educazione sessuo-affettiva? Non una lezione su come vivere la propria intimità e non un invito ad anticipare esperienze. L’Organizzazione mondiale della sanità la definisce un percorso graduale, adeguato all’età e fondato su informazioni scientifiche. Significa imparare a riconoscere i confini del proprio corpo, comprendere che un “no” va rispettato, distinguere l’affetto dal possesso, gestire un rifiuto senza trasformarlo in rabbia, chiedere aiuto davanti a un abuso e sapere che condividere l’immagine intima di un’altra persona senza consenso è una forma di violenza, non uno scherzo da chat.
Serve a riconoscere il controllo travestito da gelosia, la pressione del gruppo, il ricatto emotivo, lo stalking e la violenza digitale. Serve a chi vive conflitti o silenzi in famiglia e non sa a quale adulto affidarsi; a chi subisce bullismo per il proprio corpo o per il modo in cui viene percepito; a chi cerca risposte sulla pubertà e finisce per riceverle dalla pornografia, dagli algoritmi o da coetanei altrettanto disorientati. Serve anche a prevenire comportamenti sessuali a rischio, gravidanze indesiderate e infezioni, senza confondere la prevenzione con l’incoraggiamento. Le evidenze richiamate da OMS e UNESCO mostrano infatti che programmi di qualità non anticipano l’attività sessuale e possono ridurre i comportamenti a rischio.
Non sarebbe serio sostenere che qualche ora a scuola possa, da sola, fermare la violenza contro le donne o guarire ogni ferita affettiva. La prevenzione non è una formula magica: è un lavoro lungo che coinvolge famiglie, scuola, servizi, cultura e responsabilità individuale. Ma imparare presto che l’amore non giustifica il controllo, che la paura non è una prova d’affetto e che il consenso può essere ritirato è una parte concreta di quel lavoro. Togliere questi strumenti non rende i ragazzi più innocenti; li rende soltanto più soli davanti a problemi che esistono già.
C’è poi una questione di uguaglianza. Non tutti i genitori hanno le stesse conoscenze, lo stesso tempo o la stessa serenità per affrontare questi temi. Non ogni mancato consenso nasconde un disagio, naturalmente; ma un sistema basato sull’esclusione non può sapere se sta lasciando fuori proprio il ragazzo che avrebbe più bisogno di incontrare un adulto competente. La scuola non deve prendere il posto della famiglia: deve garantire che il silenzio di una famiglia non diventi il destino educativo di un figlio.
Avrei preferito una scelta diversa: linee guida nazionali chiare, contenuti differenziati per età, docenti formati, collaborazione con psicologi, consultori e professionisti qualificati, materiali accessibili alle famiglie, monitoraggio e risorse dedicate. La legge, invece, introduce nuovi passaggi, attività alternative e verifiche, ma si chiude con una clausola di invarianza finanziaria. Chiede quindi alle scuole più organizzazione senza attribuire nuovi fondi. Anche questo rischia di trasformare un tema educativo in un adempimento burocratico.
Per queste ragioni considero la raccolta firme per il referendum una legittima occasione democratica per riaprire il confronto. Il quesito chiede di abrogare interamente la legge n. 104 del 2026. Sostenerlo non significa essere contro le famiglie: significa chiedere un equilibrio diverso, fondato su informazione preventiva, competenza e trasparenza, ma senza trasformare la formazione su salute, rispetto e sicurezza in un percorso a cui ciascuno accede solo se arriva una firma.
Da docente penso che la scuola non debba dire ai ragazzi chi amare o come vivere la propria identità. Deve però insegnare che nessuno può possedere il corpo, la voce o la libertà di un’altra persona. Educare non è indottrinare e tacere non è neutralità. Se la scuola arretra, il vuoto viene riempito dai social, dalla pornografia, dagli stereotipi e dalla violenza del gruppo. E questi cattivi maestri, a differenza della scuola, non mostrano prima i loro materiali e non chiedono il consenso a nessuno.
Mario Borrata