L’ennesimo episodio di violenza in un’aula, stavolta a Trescore Balneario, riapre una ferita che va ben oltre la cronaca nera. Di fronte a una docente accoltellata da un alunno, la politica risponde con il solito riflesso pavloviano: la promessa di una nuova norma, un giro di vite sul possesso di lame, come se il problema fosse l’oggetto e non la mano, o meglio la testa, che lo impugna.
Matteo Salvini invoca l’approvazione immediata di regole più severe sui coltelli. Ma viene da chiedersi, scrive una docente: “Ma è del mestiere questo?”. Pensare che un ragazzino con un disagio profondo, capace di aggredire un insegnante nel luogo che dovrebbe essere il più sicuro del mondo, si fermi a consultare la Gazzetta Ufficiale prima di infilare un coltello nello zaino è, nel migliore dei casi, un’ingenuità disarmante.
Il punto non è la facilità con cui si reperisce un’arma bianca, che purtroppo si trova in qualsiasi cassetto della cucina, ma il vuoto pneumatico che porta un adolescente a usarla. Rispondere a un’emergenza educativa e psicologica con un decreto sulla sicurezza è come mettere un cerotto su una diga che crolla.
Serve ascolto, servono psicologi nelle scuole, serve ricostruire il patto tra famiglie e istituzioni. Servono docenti preparati che abbiano superato selezioni, concorsi e abilitazioni: altro che dire che non servono, che basta l’esperienza. Serve selezione, e ci sono gli idonei “sbloccati”, ma il Governo fa finta di non saperlo.
Finché continueremo a inseguire il consenso con norme simbolo, ignoreremo la vera domanda: perché i nostri ragazzi sono così arrabbiati e soli? La legge sui coltelli non disarma il malessere; al massimo sposta il problema di un metro, lasciando gli insegnanti ancora una volta in trincea, con nient’altro che un gessetto in mano.