“Una quantità enorme di studenti uscirà dall’università con una laurea ed entrerà nel mondo del lavoro, essenzialmente da analfabeta”. È l’allarmante dichiarazione rilasciata al New York Magazine in questi giorni da un insegnante dell’Università statale della California e riportata da ilpost.it
Si parte da una teoria che circola in ambito anglosassone, secondo la quale il declino della lettura e la diffusione di internet e smartphone, coi loro contenuti pensati per una fruizione veloce, stanno trasformando radicalmente la società. In questa ‘società post-alfabetizzata’ – post-literate society dicono gli inglesi – starebbe avvenendo l’opposto di quanto era avvenuto con la diffusione di libri e riviste nel Settecento: allora, una grossa fetta della popolazione si era abituata alla comprensione di testi lunghi, mentre ora sarebbe sempre meno in grado di farlo.
L’idea è ricorrente e risale in superficie ad ogni generazione: già nel 1985 – ricorda ilpost.it – un influente sociologo e critico dei media statunitense, nel suo saggio “Divertirsi da morire” aveva sostenuto più o meno la stessa cosa in relazione alla diffusione della televisione. Nel capitolo “L’era dello spettacolo”, l’autore, Neil Postman, sosteneva che “quello che la gente guarda e ama guardare sono immagini in movimento. Milioni di immagini di breve durata e con rapidi cambi di inquadratura. È nella natura del mezzo il fatto di sopprimere il contenuto delle idee per far posto all’interesse visivo, cioè per far posto a valori spettacolari.”
Il Settecento, dicevamo: allora, in Europa, la lettura era diventata un’esperienza molto comune a un gran numero di persone, anche tra le classi medie, per effetto dell’espansione dell’alfabetizzazione e dell’abbassamento dei costi dei libri. Una democratizzazione dell’informazione senza precedenti; il più grande trasferimento di conoscenza nelle mani di uomini e donne comuni della storia, come ha scritto recentemente sul Times James Marriott. Se prima leggevano e rileggevano per tutta la vita solo due o tre libri, a un certo punto cominciarono a leggere di tutto: giornali, riviste, libri di storia, filosofia, scienza, teologia e letteratura.
La familiarità con la lettura – si legge ancora nel saggio di Postman – produsse un cambiamento nel modo stesso di pensare, perché «impegnarsi sulla parola scritta significa seguire una linea di pensiero, che richiede delle capacità considerevoli di classificare, di fare deduzioni e di ragionare». In una civiltà dominata dalla stampa, intesa come insieme di giornali, libri e riviste, «il discorso pubblico tende a essere caratterizzato da una sistemazione coerente e ordinata dei fatti e delle opinioni», e il pubblico a cui è destinato quel discorso ha generalmente le competenze per maneggiarlo.
Oggi non è più così: secondo Marriott, così come il mondo «è stato forgiato dalla rivoluzione della lettura», ora sarebbe in corso da tempo una controrivoluzione. L’intrattenimento è passato da cinema e tv, che assorbivano l’attenzione del pubblico per un periodo limitato, a un dispositivo, lo smartphone, in grado di assorbirla in modo continuo e ovunque. Immagini e video online vincono per forza qualsiasi gara dell’attenzione contro frasi e paragrafi, perché richiedono meno ragionamento e meno sforzo. Si tratta – conclude Marriott sul Times – di un cambiamento con implicazioni profonde, perché tutta l’infrastruttura intellettuale della civiltà moderna dipende da un pensiero complesso e analitico che proprio non può essere ottenuto facendo a meno di leggere e scrivere.
Non dovrebbe, dunque, sorprendere – sostiene lo scrittore inglese Andrew Sullivan – che molti giovani si sentano sempre più soli, animati dal risentimento e inclini alla violenza, mentre trascorrono ore e ore su piattaforme che non permettono loro di acquisire una prospettiva, superare un qualsiasi stimolo emotivo o concentrarsi per più di un paio di minuti.