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Aggiornato il 06.01.2026
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Spiegare il femminicidio: evitando banalizzazioni e luoghi comuni, ed insegnando a porsi domande

La Scuola non deve diventare il ring pugilistico in cui si scontrino visioni del mondo ideologiche, per affermare l’egemonia culturale di una parte sull’altra. Purtroppo, però, proprio questo talora accade con riferimento al femminicidio. Sull’onda dell’emozione per alcuni delitti particolarmente efferati, si invocano corsi scolastici di sessuo-psico-affettività, volti a educar gli adolescenti (specie maschi) a vivere responsabilmente e consapevolmente relazioni sane e prive di violenza, a gestir le emozioni, a rispettare la partner, a conoscer se stessi. Il senso comune attribuisce l’omicidio di genere alla cultura patriarcale, che spinge i maschi a considerare le donne cosa propria.

Dopo millenni di patriarcato

È fuor di dubbio che per millenni — almeno dall’inizio delle società organizzate di epoca storica, 5.000 anni fail patriarcato è stato dominante, e che esso perdura ancor oggi in Paesi di ogni modello culturale e socioreligioso. Praticamente qualsiasi società umana (tranne rare eccezioni) mostra un qualche predominio maschile sulla donna, per potere e prerogative: specie nei Paesi più poveri e con maggiore analfabetismo. Infatti, il maggior numero di femminicidi si verifica in Africa (12,7 donne uccise su 100.000), seguita da Asia e America latina.

In Europa più femminicidi proprio nei Paesi culturalmente e socialmente più evoluti

Ci aspetteremmo dunque un gran numero di violenze di genere anche nei Paesi europei culturalmente più arretrati, ossia più vicini al modello patriarcale. Invece i dati dimostrano che non è così. Nel 2017 al primo posto in Europa per femminicidio non era l’Italia (quint’ultima in questa macabra classifica), ma la civilissima Lettonia: 1,59 femminicidi ogni 100.000 donne; prima in graduatoria anche per gli assassini di genere compiuti da membri di famiglia. Eppure la Lettonia ha i tassi d’istruzione femminile più alti d’Europa; le donne lettoni sono legate alla famiglia, pragmatiche e indipendenti; e la percentuale di giovani lettoni laureati (45% di uomini e donne sotto i 35 anni) è superiore alla media europea (44%), con l’Italia ferma invece al 31,6%.

In Italia meno femminicidi che nel resto d’Europa

Secondo in Europa per femminicidi era nel 2017 il civile e cortese Regno Unito, di tradizione protestante, patria di capitalismo, industrialismo, femminismo, democrazia moderna, liberismo e neoliberismo economici: 0,9 donne vittime di violenza di genere ogni 100.000; primo Paese d’Europa per i femminicidi compiuti da partner.

Terza la civile e beneducata Ungheria, con 0,84 femminicidi ogni 100.000 donne. Seguivano, nell’ordine, Lituania, Croazia, Albania, Finlandia, Slovenia, Romania, Germania, Francia, Montenegro, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svizzera, Paesi Bassi Spagna, Macedonia. L’Italia era solo diciannovesima, con 0,11 donne uccise (dai partner) su 100.000. Meglio di noi stavano solo Cipro, Islanda e Malta, ove tale crimine era quasi assente.

Meno omicidi di genere in Italia che in Europa e Nordamerica

Nel biennio 2019-20 la Germania ha avuto il massimo europeo di femminicidi (in ulteriore aumento nel 2023), con un vistoso incremento in Portogallo, Cipro e Malta. In Italia, nel frattempo, i femminicidi toccavano il minimo storico. Secondo lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) tra 2004 e 2015 I le violenze di genere in Italia sono scese a 0,51 donne residenti uccise ogni 100.000: numero più basso della media (1,23) tra tutti i 32 Paesi d’Europa e Nordamerica studiati.

I femminicidi sono pur sempre troppi

Sia chiaro: anche un solo femminicidio al secolo in tutto il pianeta sarebbe comunque un crimine gravissimo ed inaccettabile. La mentalità patriarcale (e/o maschilista) è sicuramente complice di simili delitti.

Tuttavia è opportuno, quando se ne analizzino le cause, non rifugiarsi in facili schematismi, che rischiano di sconfinare nel comodo luogo comune, allontanando la soluzione al problema. Ogni singolo delitto ha un suo contesto e va analizzato in base agli elementi probatori, alla premeditazione, al movente. Il termine femminicidio, invece, spesso viene usato con enfasi, per dare evidenza alla sistemica violenza contro le donne, al predominio maschile, al sessismo: proposito giusto, ma che può compromettere la serenità nel valutare il singolo delitto e nel comprendere il fenomeno, le dinamiche personali e le eventuali psicopatologie che possono averlo determinato.

L’alto numero di assassini di genere in Lettonia

Come si spiega il caso della Lettonia? Basta il patriarcato per comprenderlo? Si riflette mai sul fatto che il passaggio dalla società sovietica al neoliberismo economico ha generato disuguaglianze, povertà e alcolismo, con ricadute sulla violenza domestica? Non a caso i femminicidi in Russia sembrano — pur in assenza di dati ufficiali — ammontare a un migliaio l’anno, su una popolazione poco più che doppia rispetto a quella italiana (con non più di 90 femminicidi Italia nel 2025).

Si è mai riflettuto sull’impatto che il modello economico neoliberista determina sui comportamenti concreti di miliardi di persone, costrette a una lotta spietata per sopravvivere alla legge della giungla (indotta proprio dal neoliberismo e dalla distruzione delle garanzie sociali)? Quali effetti può avere, su menti già problematiche, la sensazione di correre perennemente in cunicoli ciechi a circuito chiuso, come topolini da esperimento?

Il neoliberismo ha abituato tutti a pensare che la legge del più forte sia giusta. Ebbene, se anche la società umana ha imparato a ubbidire alla disumana legge della giungla, è poi così strano che i forti opprimano e uccidano i deboli?

Bisogna insegnare ai giovani a non incasellare in dicotomie la complessità del reale. Non attribuire — automaticamente e in toto — i femminicidi solo al patriarcato, significa solo cercare di comprendere la complessità del problema, onde offrire elementi per risolverlo.

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