Stop all’educazione sessuale a scuola fino alle medie: lo scorso 15 ottobre è stato approvato un emendamento a prima firma di Giorgia Latini al Ddl Valditara (Disegno di legge (C. 2423) relativo al consenso informato a scuola per attività di questo tipo, con cui viene esteso il divieto di poter parlare di tematiche sessuali con figure esterne – oltre che ai bambini della scuola dell’infanzia e della scuola primaria – anche a quelli della scuola secondaria di primo grado.
Si tratta dell’emendamento 1.41 all’articolo 1 del disegno di legge. L’articolo stabilisce che “per la scuola dell’infanzia e per la scuola primaria, siano in ogni caso escluse le attività didattiche e progettuali nonché ogni altra eventuale attività aventi ad oggetto temi e argomenti inerenti alla sessualità, fatto salvo quanto disposto dalle Indicazioni nazionali”.
A infanzia e primaria viene aggiunta, dall’emendamento, anche la scuola secondaria di primo grado.
Il ddl “in materia di consenso informato in ambito scolastico” poi prevede che i genitori, alla scuola secondaria di secondo grado, siano informati sui corsi che la scuola intende realizzare anche con soggetti esterni in ambito sessuale e che diano il loro assenso scritto. La norma nasce dall’esigenza di evitare che le famiglie non siano rese partecipi di scelte educative che vanno al di là di quanto rientra nella ordinaria didattica.
Al momento il Ddl si trova fermo in esame alla Commissione Cultura alla Camera: si tratta di un disegno di legge di iniziativa governativa, quindi non ci sono scadenze per la conversione in legge. Le audizioni si sono concluse e al momento non si conosce la data delle prossime sedute; probabilmente l’iter proseguirà all’inizio di novembre.
In tutto ciò nel 2023 è stato presentato dall’opposizione un ddl, il 943, al Senato, sull'”Introduzione dell’educazione sentimentale, sessuale e affettiva nelle scuole”, che è stato recentemente riassegnato, lo scorso 15 ottobre, alla Vii Commissione Cultura.
Il Ddl intende introdurre l’educazione sentimentale, sessuale e affettiva come insegnamento nazionale obbligatorio nelle scuole del primo e del secondo ciclo di istruzione. L’obiettivo centrale è la crescita emotiva, culturale ed educativa dei giovani, promuovendo la parità e la solidarietà tra i sessi e rimuovendo ruoli stereotipati e pregiudizi che alimentano la discriminazione o la violenza di genere. Viene previsto l’aumento dell’orario settimanale nelle scuole secondarie (primo e secondo grado) di un’ora dedicata a questa materia, oltre all’integrazione dei contenuti in ogni materia del curriculum.
Per supportare il nuovo insegnamento, il Ddl prevede la ridefinizione e l’aumento degli organici del personale docente delle scuole secondarie. È inoltre stabilita l’attivazione di corsi di formazione obbligatoria per tutto il personale scolastico, compreso quello della scuola dell’infanzia. Un decreto interministeriale dovrebbe definire i programmi e le linee guida, includendo temi come i ruoli di genere non stereotipati e la soluzione non violenta dei conflitti.
Torniamo al Ddl Valditara: nel testo si parla di “attività didattiche e progettuali nonché ogni altra eventuale attività aventi ad oggetto temi e argomenti inerenti alla sessualità”; da più parti però si chiede a gran voce al Governo un progetto strutturale, una vera e propria materia, obbligatoria, curricolare, per affrontare sessualità e affettività a scuola.
Ma quando le parole “affettività” o “rispetto” sono entrate ufficialmente a scuola? Si può dire che la prima grande azione in questo senso si trova nelle Indicazioni Nazionali del 2004, in cui c’è proprio un capitolo sull’educazione affettiva.

Nella legge Buona Scuola, la 107 del 2015, all’articolo 16, si fa espresso riferimento a questi temi: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori”.
Poi, soprattutto dopo la morte di Giulia Cecchettin, nel novembre del 2023, per mano del suo ex fidanzato, le cose sembravano poter cambiare. L’assassinio di una giovane ragazza da parte di un altrettanto giovane che non accettava la fine della loro relazione ha portato in molti a pensare che la prevenzione dovesse essere fatta nelle scuole.
Per un semplice motivo: non tutte le famiglie, per svariati motivi, riescono ad educare i propri figli al consenso, al rispetto dell’altro, a instaurare relazioni amorose e amicali sane. A scuola, invece, ci vanno tutti, e lì possono essere limate eventuali differenze nell’educazione dei genitori.
Secondo il ministro però questa non è la risposta. Ecco cosa ha detto a Il Corriere della Sera qualche giorno fa: “I femminicidi non si combattono con l’educazione sessuale: l’educazione sessuale si fa da decenni nei Paesi del Nord Europa che però nel mondo occidentale sono in cima alla lista per femminicidi e violenze sessuali, con tassi di molto superiori all’Italia”.
Ma come si è mosso il Governo e il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara? Innanzitutto quest’ultimo, all’indomani dell’omicidio Cecchettin, ha lanciato, con una direttiva, il progetto facoltativo “Educare alle relazioni”. In cosa consisteva? In moduli di discussione di trenta ore, con i docenti come moderatori.
Il progetto si sviluppa sul piano dell’Educazione Civica, con un progetto specifico per le scuole secondarie di secondo grado articolato in gruppi di discussione, supportati anche da esperti qualificati.
Il progetto prevede il supporto da parte di Indire per la formazione dei docenti coinvolti. Ad aprile 2025 è stato comunicato che sarebbe partito un “monitoraggio permanente di sistema circa le strategie di intervento adottate e l’attuazione della normativa relativa alla parità di genere“.
Proprio in queste settimane l’Indire ha avviato un primo monitoraggio per tracciare un quadro aggiornato delle attività educative promosse dalle scuole sui temi del contrasto alla violenza, della parità di genere e dell’educazione al rispetto. Ogni scuola sta ricevendo una comunicazione ufficiale con il link per la compilazione del questionario.
Poi, nel settembre 2024, Valditara ha firmato il decreto recante le nuove Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione Civica, prevista per 33 ore. Il ministro ha affermato che “prevedono come obiettivi di apprendimento obbligatori, l’educazione alle relazioni e l’educazione al rispetto, verso chiunque e in particolare verso la donna”, dicendo che è la prima volta che accade.
All’interno del documento si parla di “cura di relazioni improntate al rispetto verso il prossimo” e si invita ad “educare a corrette relazioni per contrastare ogni forma di violenza e discriminazione, a relazioni corrette e rispettose, al fine altresì di promuovere la parità fra uomo e donna”.
Nel novembre 2024, un anno dopo la morte di Giulia Cecchettin, è stata presentata a Montecitorio la Fondazione che prende il suo nome. L’ente promuove progetti per fare formazione a docenti e studenti sul tema della violenza di genere.
Per l’anno scolastico 2025-2026, il Tavolo Prevenire e Promuovere, di cui fa parte la Fondazione e di cui è capofila il Comune di Padova, ha elaborato un’offerta formativa rivolta alle scuole primarie e alle scuole secondarie di primo e secondo grado della città e della provincia.
Per il prossimo anno scolastico la Fondazione si impegna con “Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia”, un corso di formazione per insegnanti della scuola d’infanzia e primaria.
Anche nella bozza delle Nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo pubblicata a giugno 2025, come ribadisce spesso Valditara, si fa riferimento a temi del genere, in particolare ad educazione all’empatia e al rispetto della donna. Ecco cosa viene previsto nel paragrafo dedicato: “Rispetto è, oggi, l’obiettivo di un’educazione finalizzata al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze di ciascuno. Questo tipo di educazione è qualcosa di più dell’alfabetizzazione emozionale: allena bambine e bambini a ‘capirsi’ nella complementarità delle rispettive differenze”.
“In tale direzione è necessario avviare a scuola un profondo lavoro educativo e preventivo: un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza. Tutte le discipline e metodi, dall’educazione motoria alla letteratura e alle Stem, dalla musica alle arti, dalla scrittura autobiografica al cinema, al teatro e al gioco, sono grandi ‘alleati’ degli insegnanti per questo lavoro didattico. È inoltre fondamentale che quest’azione preventiva avviata a scuola abbia carattere di continuità tra i diversi gradi di istruzione, sia trasversale alle discipline scolastiche e venga progettata dalla scuola anche in collaborazione con enti territoriali e associazioni”.
Ma cosa succede nel resto dell’Europa? La situazione italiana è molto particolare: secondo i dati diffusi da Unesco nel 2023, nel Global Education Monitoring Report sull’Educazione sessuale in 50 Paesi del mondo, siamo molto indietro.
Dal profilo di queste 50 nazioni emerge che solo il 20% ha una normativa sull’educazione sessuale e solo il 39% ha iniziative specifiche al riguardo.
L’Italia è uno degli ultimi Stati membri dell’Unione Europea in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria a scuola e si colloca nella fascia più bassa della classifica stilata dal Rapporto. In Europa, ad oggi, l’educazione sessuale a scuola non è obbligatoria solo in sette Paesi: Bulgaria, Cipro, Italia, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria. In particolare, 10 paesi europei su 25 prevedono percorsi di educazione affettiva sessuale curricolari. Ecco quali, secondo quanto riportato da Unesco: