Una partita di calcio giovanile dovrebbe essere un momento di crescita, confronto e divertimento. E invece, a Torino, un incontro Under 14 si è trasformato in un episodio di violenza che ha coinvolto non solo ragazzi minorenni, ma soprattutto degli adulti. Con conseguenze pesanti sul piano sportivo e sociale.
Il tutto, scrive l’Ansa, risale al 31 agosto scorso, al campo sportivo Paradiso di Collegno, durante una gara del torneo giovanile “Super Oscar Memorial” tra Cfs Carmagnola e Gsd Volpiano Pianese, valida per l’accesso ai quarti di finale. La partita, vinta 1-0 dal Carmagnola, si è conclusa con uno scontro fisico tra due ragazzi di 13 anni, degenerato rapidamente con l’intervento dei rispettivi padri.
Secondo la ricostruzione ufficiale, uno dei genitori avrebbe scavalcato la rete di separazione degli spalti per colpire il giovane portiere del Volpiano, mentre l’altro, dirigente della società ospite, era già presente in campo. Il bilancio è grave: un ragazzo con la frattura del malleolo e un altro colpito con pugni e schiaffi.
Le misure adottate dalle autorità sono arrivate quattro mesi dopo. I due genitori hanno ricevuto un Daspo sportivo rispettivamente di uno e due anni, per “condotte gravi e violente” che hanno causato lesioni personali a minori, come riportato da Ansa su notizia della Questura di Torino.
Sul piano sportivo, la giudice della Lega Nazionale Dilettanti, Roberta Lapa, ha inflitto un anno di squalifica a entrambi i ragazzi coinvolti, sottolineando come la violenza in età giovanissima rappresenti una ferita ai valori dello sport, il tutto riportato da comunicato Lnd.
Una cosa va detta, le sanzioni colpiscono tutti: atleti, genitori, dirigenti e società, ma non risolvono il nodo centrale. Il contesto educativo in cui maturano questi comportamenti resta invariato.
La Figc stessa ha più volte richiamato le società al rispetto dei protocolli educativi, introducendo campagne sul fair play e sul “genitore modello”.
Il caso di Collegno conferma una tendenza preoccupante: “la pressione competitiva viene trasferita sui ragazzi, che diventano il prolungamento delle ambizioni frustrate degli adulti. Gli sfottò tra adolescenti, descritti come “frequenti” dagli allenatori, “vengono letti dai genitori come affronto personale, giustificando una reazione violenta”, ha dichiarato l’allenatore del Volpiano all’Ansa.
Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, negli ultimi anni sono aumentati gli episodi di tensione e aggressività nei campionati dilettantistici e giovanili, spesso con protagonisti adulti sugli spalti più che in campo.
La riflessione si può spostare inevitabilmente sul mondo della scuola. Si parla molto di educazione civica, rispetto delle regole, gestione dei conflitti. Ma cosa può fare concretamente un insegnante quando, fuori dall’aula, gli studenti assistono a comportamenti così opposti?
Secondo pedagogisti e studiosi del clima educativo, l’apprendimento dei valori avviene soprattutto per imitazione.
Qquando l’adulto di riferimento legittima la violenza come risposta alla frustrazione, il lavoro scolastico rischia di essere delegittimato.
E si arriva al paradosso: l’insegnante si trova così a spiegare il rispetto delle regole, mentre il ragazzo ha appena visto il padre aggredire un coetaneo per una partita di calcio.
In questi casi, la scuola resta l’unico posto educativo coerente. Ma senza una collaborazione reale da parte dall’altra agenzia formativa per eccellenza: la famiglia.
Perché in tutte questi casi, il messaggio dell’istituzione scolastica perde forza. L’episodio di Collegno mostra come la crisi educativa non nasca nei banchi di scuola, ma sugli spalti, nei campi sportivi, nei luoghi informali dove gli adulti dovrebbero essere esempio.
Ridurre questa vicenda a una semplice rissa sportiva significa non coglierne la portata. Qui non hanno fallito dei ragazzi, ma degli adulti. E mentre le sanzioni allontanano temporaneamente i genitori dai campi, resta una domanda aperta: chi educa davvero, oggi, al rispetto delle regole?
Finché scuola, sport e famiglia non parleranno la stessa lingua, episodi come questo rischiano di ripetersi. Con una certezza: a pagarne il prezzo più alto continueranno a essere i più giovani, la cui sanità mentale e base educativa risultano drammaticamente sempre più in crisi.