C’è una sorta di rassegnata continuità nel dibattito sulla scuola italiana, un rumore di fondo che da decenni accompagna ogni cambio di inquilino in viale Trastevere. Abbiamo assistito alla sfilata dei “ministri del fare” e dei “ministri del disfare”, tra riforme del voto in condotta e nuovi modelli di orientamento che cercano, con merito, di rimettere al centro l’autorità e il rispetto. Eppure, grattando via la superficie delle dispute normative, resta una ferita aperta che nessun correttivo di fine legislatura può sanare: la sistematica e umiliante svalutazione di chi la scuola la fa ogni giorno.
Proprio in queste settimane si è sbandierato un aumento medio in busta paga che, tra arretrati e indennità, sfiora i 180 euro lordi. In un Paese serio, questo dovrebbe essere un modesto adeguamento all’inflazione, un atto dovuto di ordinaria amministrazione, non un traguardo da celebrare nei comunicati stampa con toni trionfalistici. Chiamiamo le cose con il loro nome: è una miseria. È l’ennesimo “segnale” che non segna nulla, se non la distanza siderale tra la retorica della “scuola pilastro della nazione” e la realtà di una categoria che percepisce stipendi da fanalino di coda d’Europa. Non si può ricostruire l’autorevolezza della figura docente con pochi spiccioli netti che l’erosione del potere d’acquisto ha già divorato.
Già nel 2009, le menti più lucide del settore denunciavano un investimento nel sistema formativo asfittico (allora fermo al 3,6% del PIL) e indicavano nel 4,1% la soglia minima di dignità e sopravvivenza. Ebbene, dopo quindici anni, la profezia di quel declino si è avverata con una precisione spietata: oggi non solo non abbiamo raggiunto quel traguardo, ma i documenti programmatici ufficiali (DEF) delineano una traiettoria di ulteriore arretramento. La spesa per l’istruzione è prevista in calo tendenziale fino a toccare il 3,4% del PIL entro il 2026. Siamo di fronte a un disinvestimento strategico che camuffa il calo demografico con un risparmio di cassa, condannando il Paese a una marginalità culturale irreversibile.
Se io fossi il Ministro dell’Istruzione e del Merito, la mia prima e vera mossa rivoluzionaria non sarebbe l’ennesima ingegneria dei programmi o un acronimo burocratico, ma un atto di giustizia politica: il raddoppio dello stipendio agli insegnanti. Non è una provocazione populista, ma l’unica via per dare sostanza al concetto di “Merito” promosso dal Ministro Valditara. Il merito rischia di diventare una scatola vuota se non viene preceduto dal riconoscimento del valore. Non si può chiedere “merito” a chi vive in una condizione di sottoprofessionalizzazione economica, a chi deve lottare per arrivare a fine mese pur avendo la responsabilità della formazione delle future classi dirigenti. L’autorevolezza non si ripristina solo inasprendo le sanzioni; si costruisce elevando il docente al rango di “Alto Funzionario della Conoscenza”.
Il raddoppio degli emolumenti sarebbe il perno di un nuovo contratto sociale. Da un lato, lo Stato eleva il docente al rango delle grandi carriere della magistratura o dell’alta amministrazione, allineandolo finalmente ai colleghi tedeschi o fiamminghi. Dall’altro, questa stabilità consente di pretendere un rigore assoluto nella selezione, una formazione continua d’eccellenza e una disponibilità totale a ripensare l’organizzazione scolastica. Solo un insegnante gratificato e socialmente solido può essere il vero motore di quella “scuola del merito” che accompagna i tutor e gli orientatori verso le sfide della modernità.
Dove trovare le risorse? Bisogna avere il coraggio di dire che l’istruzione non è una spesa, ma l’investimento più redditizio di un’economia avanzata. Occorre una “manovra d’urto” che sposti le risorse dai mille rivoli delle consulenze e dei progetti a pioggia verso il capitale umano. Riorganizzare il sistema — ottimizzando il rapporto docenti/alunni non per tagliare, ma per produrre qualità e tempo pieno — è l’unica strada percorribile. Investire nella scuola è l’unico modo per abbattere il vero debito pubblico del futuro: l’ignoranza, la dispersione scolastica e l’analfabetismo funzionale che drena punti di PIL ogni anno.
Se vogliamo che i migliori talenti del Paese tornino a sognare la cattedra come una missione ambita e non come un ripiego, dobbiamo rendere quella cattedra un posto rispettato e giustamente retribuito. La vera riforma della scuola italiana non si scrive nei codicilli delle circolari di agosto, ma si legge nella serenità professionale di chi entra in classe ogni mattina. Tutto il resto, compresi i modesti aumenti di oggi, è solo l’ennesimo tentativo di cambiare i nomi delle cose lasciandole, drammaticamente, uguali a se stesse. Se fossi Ministro, cambierei la realtà, partendo dalla dignità economica di chi detiene le chiavi del nostro domani.