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Aggiornato il 26.03.2026
alle 18:47

Studenti violenti, ma ci sono soluzioni? Per il caso di Trescore, la Procura di Brescia, intanto, valuta l’ipotesi del riformatorio o della libertà vigilata

Ci auguriamo di sbagliarci, ma l’idea che ci stiamo facendo in fatto di violenza nelle scuole non è molto confortante.
Ci sembra cioè che si parli molto ma senza avere in mente una chiara strategia d’azione.

Nelle ultime ore il ministro Valditara ha ribadito che bisogna inasprire le pene, ma c’è un particolare: il ragazzo che ha accoltellato la docente di Trescore non è imputabile e quindi anche portando la pena fino a 30 anni di reclusione il colpevolde non potrebbe essere condannato.
Certamente si potrebbe abbassare l’età della imputabilità che attualmente è fissato ai 14 anni fin dal “Codice Rocco” del 1941 (un dato curiioso: nella Repubblica di San Marino il limite è di 12 anni).
Allo stato attuale, però, un abbassamento dell’età appare difficile per svariate ragioni.

Altra idea che sta emergendo (anche questa dal ministro Valditara); 5 sedute dallo psicologo per i ragazzi “a rischio”.
Ora, che un supporto psicologico possa essere utile e necessario nelle scuole, non c’è alcun dubbio.
Ma il problema ci sembra un po’ più complesso da come lo si vuol fare apparire.

Prima di tutto c’è il fatto che, in genere, chi davvero necessita di supporto psicologico non sempre è disposto ad ammetterlo; e poi c’è un secondo problema: nel momento in cui la scuola ha la “prova provata” che il ragazzo (o la ragazza) necessita di un aiuto serio, esistono norme che in qualche modo possano “obbligare” lo studente o la studentessa ad un percorso di recupero?
I dubbi sono tanti.

Per Intanto sulla vicenda c’è di certo che, come riporta l’Ansa, lo studente 13enne di Trescore si trova da ieri sera in una comunità protetta con il consenso dei genitori. Eventuali sviluppi, sia sul piano penale sia su quello civile – spiega l’Ansa – potranno essere avviati esclusivamente su iniziativa della Procura dei Minori di Brescia.
Non è da escludere che il GIP possa decidere di applicare una misura di sicurezza – come il riformatorio giudiziario o la libertà vigilata – qualora venisse accertata, tramite perizia, una condizione di pericolosità sociale. Sul piano civile, invece, è ancora presto per capire se e in che misura la famiglia possa essere in qualche modo coinvolta nelle indagini.

Ma da tutto questo non emerge nessuna indicazione su come affrontare in modo più complessivo una situazione che sembra ormai sfuggita di mano a tanti.

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