Il decreto scuola, di cui al momento prosegue l’iter al Senato, che introduce il tetto del 30% di studenti stranieri nelle classi, è finito in questi giorni sotto l’attenzione della Commissione europea. A riferirlo è stata la vicepresidente dell’esecutivo Ue, Roxana Mînzatu, rispondendo a un’interrogazione presentata dal Partito Democratico all’Eurocamera. Bruxelles ha fatto sapere di seguire attentamente gli sviluppi legislativi della norma, richiamando il principio secondo cui i trattati europei vietano ogni forma di discriminazione basata sulla nazionalità, sia diretta sia indiretta.
La Commissione ha precisato che eventuali deroghe a questo principio sono ammesse soltanto in circostanze specifiche, come motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza o sanità pubblica, e devono comunque essere interpretate in maniera restrittiva.
Oggi, 5 novembre, la Commissione Ue ha fatto una precisazione, riportata da Ansa: “Vorremmo chiarire che la Commissione non ha intrapreso alcuna azione nei confronti del governo italiano in merito al decreto-legge sulle scuole. Come di consueto, non rilasceremo alcuna dichiarazione su un decreto-legge che deve ancora essere convertito in legge dal Parlamento”.
Lo ha spiegato un portavoce della Commissione Ue tornando sul dossier del decreto scuola. “Più in generale, ai sensi del diritto dell’Unione (articolo 165 del Tfue), gli Stati membri sono liberi di organizzare i propri sistemi educativi come ritengono opportuno, a condizione che, nell’esercizio di tale competenza, rispettino il diritto dell’Unione”, ha aggiunto.
Non si era fatta attendere la replica del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha escluso la presenza di problemi di compatibilità con le disposizioni europee. “Il problema non esiste. Il governo va avanti senza esitazioni”, ha dichiarato.
Il ministro ha sostenuto che la disposizione non introduce discriminazioni, perché riguarda gli studenti stranieri che non conoscono la lingua italiana. “La norma è a favore dell’integrazione”, ha spiegato, aggiungendo che l’istruzione non rientra tra le competenze esclusive dell’Unione europea. A sostegno della propria posizione, Valditara ha inoltre richiamato le pratiche adottate in altri Paesi europei, dove, secondo quanto affermato, gli studenti stranieri appena arrivati vengono inseriti anche in classi separate.
Gli studenti non ci stanno; ecco l’opinione della Rete degli Studenti Medi: “L’Unione Europea boccia il principio alla base delle misure che vorrebbero limitare la presenza degli studenti e delle studentesse nelle classi sulla base della nazionalità. Una posizione che conferma quanto la Rete degli Studenti Medi denuncia da mesi: la scuola non può diventare uno spazio di discriminazione, né tantomeno un terreno di propaganda politica”.
“È una conferma importante di quello che sosteniamo da tempo: dividere studenti e studentesse sulla base della nazionalità è una scelta discriminatoria, che contrasta con i principi di uguaglianza e non discriminazione su cui si fonda l’Unione Europea. La scuola deve garantire a tutte e tutti gli stessi diritti e le stesse opportunità, senza creare categorie di studenti di serie A e di serie B”, dichiara Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli Studenti Medi.
“Ancora una volta il Governo Meloni sceglie di utilizzare la diversità come strumento di propaganda, distogliendo l’attenzione dai problemi reali che attraversano le nostre scuole: il definanziamento dell’istruzione pubblica, la carenza di personale, l’edilizia scolastica inadeguata e la mancanza di investimenti. Invece di costruire nuove divisioni, servirebbero risorse, strumenti per l’integrazione e politiche capaci di garantire a ogni studentessa e ogni studente un percorso scolastico dignitoso”.
Per la Rete degli Studenti Medi, la scuola deve essere un luogo di inclusione, confronto e crescita, nel quale le differenze rappresentino una ricchezza e non un motivo di esclusione. Non è attraverso la separazione degli studenti e delle studentesse che si affrontano le difficoltà del sistema scolastico, ma investendo nella qualità della didattica, nel sostegno all’inclusione e nel diritto allo studio.
“Il 20 novembre saremo nelle piazze di tutta Italia per chiedere più risorse per l’istruzione pubblica, maggiori investimenti e il ritiro immediato del DL Scuola. Vogliamo una scuola che non lasci indietro nessuno, che non discrimini e che garantisca a tutte e tutti il diritto di studiare e crescere insieme. La presa di posizione europea rafforza le nostre ragioni: continueremo a mobilitarci perché la scuola sia davvero un diritto universale”, conclude Verdecchia.