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Prima ora - le notizie del 10 settembre

10.09.2026

Una prof influencer: “Ci sono colleghi che fanno il minimo. Non è giusto che chi si impegna di più, anche a casa, guadagni quanto loro”

Una docente influencer è finalmente diventata di ruolo, e ha spiegato cosa significa esattamente questo passaggio ai microfoni de Il Corriere della Sera, parlando anche di vari aspetti che riguardano il mondo dell’insegnamento.

Sette anni di precariato

La docente, 106mila followers su Instagram, è stata precaria ben sette anni. “Non me ne rendo ancora conto. Dal punto di vista del sentirmi insegnante, non cambia nulla: lo ero prima e lo sono adesso, non avevo bisogno di vincere un concorso per dare valore a quello che faccio. Cambia invece la tranquillità psicologica ed economica. Un contratto a tempo indeterminato significa poter chiedere un mutuo, comprare una macchina senza le difficoltà di prima. E significa sapere che il prossimo luglio riceverò lo stipendio: da precaria, a luglio e agosto, non lo prendevo”, ha raccontato.

“Ho aspettato quattro anni prima che ci fosse un concorso e i primi due non li ho superati. Li ho raccontati sui social perché lì si tende a mostrare soltanto ciò che va bene. Dire pubblicamente ‘non ce l’ho fatta’ non è stato facile, ma mi hanno scritto tantissimi precari nella stessa situazione. È nata una comunità: condividere anche i fallimenti aiuta a sentirsi meno soli in un percorso che può essere pesante”, ha aggiunto.

“È un enorme lavoro sommerso”

Secondo la prof di scienze il lavoro del docente non è solo in cattedra, anzi: “È una convinzione molto diffusa. Ci sono colleghi che fanno il minimo indispensabile, come in tutte le categorie, ma ce ne sono tantissimi che tornano a casa e continuano a lavorare fino a sera: preparano lezioni, correggono verifiche, cercano attività nuove. È un enorme lavoro sommerso: se io a casa lavoro otto ore oppure mezz’ora, lo stipendio è lo stesso”.

“Non trovo giusto che chi si impegna per costruire lezioni diverse e accattivanti prenda quanto chi fa il minimo. Anche per questo è sbagliato parlare di ‘vocazione all’insegnamento’: insegnare richiede amore per quello che si fa e attenzione ai ragazzi, ma resta un lavoro e deve essere sostenuto e retribuito in maniera adeguata”.

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