Martedì 15 settembre, in Emilia-Romagna, si rientra in classe. Per oltre 1.100 istituzioni scolastiche quel rientro porta una voce in più: la sperimentazione nazionale sulle competenze non cognitive, autorizzata con il D.M. 151 del 24 luglio 2026. L’Allegato A le elenca una a una, per codice. Chi si è impegnato a costituirsi in rete ha anche una scadenza scritta, l’accordo entro il 30 settembre.
Il decreto dice che si può fare. Non dice come si fa, e non era compito suo dirlo.
Chi rientra a settembre non ha bisogno che gli si spieghi perché le competenze trasversali contano: lo sapeva da prima del decreto, e in molte classi si allenano da anni senza che nessuno le abbia mai chiamate così. Fra tre anni bisognerà poter dire se è servito, e la ricerca su questo punto è più stretta di come viene raccontata.
Nel 2025 la Review of Educational Research ha pubblicato la sintesi di Ha e colleghi: quaranta studi, oltre 33.000 alunni dalle elementari alle superiori. Chi ha seguito un programma che allena le competenze socio-emotive guadagna in media 4,2 punti percentili — non voti, ma posizione nel rendimento rispetto a chi non l’ha seguito. Chi l’ha seguito per più di quattro mesi ne guadagna 8,4. Il doppio.
Non vuol dire che bisogna fare di più: è la lettura comoda, quella che a giugno produce collegi sfiniti — più ore, più progetti, più griglie. Ma il confronto che la ricerca misura non è fra chi fa di più e chi fa di meno. È fra chi va avanti oltre i quattro mesi e chi si ferma prima, e sotto quella soglia l’effetto sul rendimento non si distingue da zero.
Perché la durata pesi così tanto, la ricerca non lo dice: confronta programmi diversi in scuole diverse, e chi arriva in fondo di solito ha anche altro — un’organizzazione che regge, docenti formati, una dirigenza che non cambia idea a novembre.
Quello che ho visto da noi è che a un certo punto un programma lungo smette di essere un programma: allenare e osservare le competenze non è più la cosa che si fa il giovedì, è il modo in cui quel consiglio di classe guarda i ragazzi.
La domanda vera non è quanto sia buono il progetto, è cosa lo interrompe. Non è la mancanza di convinzione: altrimenti le 594 proposte presentate non le avrebbe scritte nessuno. È che quasi sempre un progetto sta in piedi su una persona sola e su un’ora che nell’orario non esiste. Al secondo anno quella persona ha un’altra classe, un altro incarico o un’altra scuola. L’ora salta la prima volta che c’è da recuperare un’uscita didattica. E in due anni non se ne parla più.
Lo scrivo perché è successo a noi. La valutazione fondata sulle competenze trasversali la applichiamo da otto anni, e cinque delle nostre scuole sono nello stesso Allegato A: all’inizio abbiamo introdotto gli strumenti prima di toccare la struttura. Orario, sistema di valutazione, formazione dei docenti erano rimasti quelli di prima, e la pratica nuova è stata assorbita da quella vecchia. Nessuno l’ha abbandonata. È evaporata.
Chi ha fatto riabilitazione dopo un infortunio riconosce il meccanismo. Le sedute dal fisioterapista non sono la terapia: la terapia sono i dieci minuti al giorno per otto mesi, e il fisioterapista bravo costruisce l’esercizio in modo che tu lo faccia quando lui non c’è.
Perciò la domanda utile del primo collegio non è che cosa faremo quest’anno. È che cosa regge senza chi l’ha proposto. Si risponde in venti minuti: prendete il progetto presentato e scrivete, accanto a ogni attività, il nome della persona che la farebbe l’anno prossimo se il referente fosse da un’altra parte. Le righe che restano senza nome sono gli esercizi che si fanno solo finché c’è il fisioterapista, e nel 2029 non ci saranno.
Luca Taverna
fondatore e presidente della Fondazione IEXS