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29.09.2026
Aggiornato alle 11:51

Vannacci “spoglia” sui social la sottosegretaria Siracusano, Gelmini: machismo puerile, puntare su educazione digitale. Perché la scuola c’entra

Un’immagine modificata, una battuta o un commento pubblicato sui social possono sembrare, soprattutto agli occhi dei più giovani, semplicemente strumenti per provocare o attirare l’attenzione. Ma quando si utilizza il corpo, l’aspetto o l’identità di una persona come strumento di attacco, il confine tra ironia, satira e discriminazione diventa motivo di discussione. E di condanna, senza se e senza ma. È in questo quadro generale che rientrano i commenti della senatrice Mariastella Gelmini, di Noi Moderati, su un episodio che ha avuto come protagonista l’ex generale Roberto Vannacci, oggi europarlamentare e leader del movimento politico nazionale Futuro Nazionale.

In un’intervista a Repubblica, la senatrice Gelmini ha definito “sessista” la scelta di utilizzare l’intelligenza artificiale per pubblicare sui propri social la fotografia di una parlamentare di Forza Italia (la sottosegretaria Matilde Siracusano) con una scollatura profonda e quindi per utilizzarla in un attacco politico: Gelmini ha tenuto a dire che “nel confronto il dissenso” può “essere anche duro, ma” deve “comunque mantenere il rispetto della persona. Non dimentichiamo – ha aggiunto – che Vannacci è per gli studenti con disabilità ghettizzati in classi separate”. La stessa Gelmini, dopo avere associato il comportamento di Roberto Vannacci un “machismo insistito e puerile”, ha quindi richiamato il tema centrale dell’educazione digitale nelle scuole.

Gli stereotipi oltre la politica

Il punto, per gli studenti, è però più ampio del singolo episodio. Gli stereotipi di genere non nascono necessariamente nei luoghi della politica. Possono essere appresi e ripetuti nella vita quotidiana, nei contenuti che si incontrano online e anche nel modo in cui si parla delle persone.

Un’indagine Istat pubblicata nel 2025, basata sui dati raccolti nel 2023, ha analizzato per la prima volta in maniera specifica gli stereotipi di genere tra ragazze e ragazzi dagli 11 ai 19 anni. Il campione dell’indagine sui bambini e ragazzi comprendeva circa 39mila giovani residenti in Italia, sia italiani sia stranieri.

Ma detto che il dato più significativo riguarda proprio l’idea della bellezza: il 56,4% degli 11-19enni ritiene che essere belli o belle sia più importante per le ragazze che per i ragazzi. La percentuale raggiunge il 58,6% tra i maschi e resta comunque al 54% tra le ragazze. Tra gli altri stereotipi analizzati dall’Istat compare anche quello secondo cui i ragazzi sarebbero più portati delle ragazze nelle materie scientifiche, ingegneristiche e tecnologiche.

Sono numeri che raccontano qualcosa di importante per il mondo della scuola: uno stereotipo non deve necessariamente assumere la forma di un insulto esplicito. Può essere anche un’idea apparentemente innocua, ripetuta così tante volte da sembrare una normale abitudine.

La scuola è il luogo in cui imparare a riconoscere gli stereotipi

È proprio qui che entra in gioco l’educazione. La scuola non serve soltanto a trasmettere conoscenze disciplinari, ma anche a fornire agli studenti gli strumenti per comprendere la società nella quale vivono.

Le Linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito, sottolineano il ruolo del dialogo, del rispetto reciproco e dello sviluppo di un pensiero critico personale, aperto e costruttivo. Dal 2024/2025 gli argomenti da trattare nel corso di educazione civica fanno riferimento a traguardi e obiettivi di apprendimento definiti a livello nazionale.

Questo significa che parlare di linguaggio, rispetto, discriminazione e rapporto con gli altri non è necessariamente un’attività estranea alla didattica. Può diventare educazione alla cittadinanza.

Una discussione in classe può partire, ad esempio, da una domanda molto semplice: quando una battuta smette di essere una battuta? Oppure, quanto cambia il significato di un’immagine quando viene modificata per ridicolizzare una persona? Sono domande che permettono agli studenti di ragionare non soltanto sul contenuto di un messaggio, ma anche sulle conseguenze che può avere.

Il problema si sposta sui social

Per le nuove generazioni il tema assume una dimensione ulteriore perché una parte consistente della comunicazione avviene online.

Secondo l’Istat, quasi l’85% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dispone di un profilo su un social network; tra i 17 e i 19 anni la quota supera il 97%. Le ragazze risultano leggermente più presenti dei ragazzi, con l’86,4% contro l’83,4%.

La comunicazione digitale, però, non è soltanto una versione più veloce di quella tradizionale: un contenuto può essere condiviso in pochi secondi, raggiungere molte persone e rimanere disponibile anche dopo che chi lo ha pubblicato ha cambiato idea.

Anche gli stereotipi possono essere amplificati da questo meccanismo. Proprio per questo, l’UNESCO ha evidenziato come “i social media e i contenuti guidati dagli algoritmi possano rafforzare stereotipi di genere e influenzare il benessere, l’apprendimento e persino le aspirazioni scolastiche e professionali delle ragazze”.

L’educazione digitale, quindi, non può limitarsi a spiegare come utilizzare correttamente uno smartphone: deve comprendere anche la capacità di riconoscere contenuti discriminatori, verificare le informazioni, comprendere il contesto di un’immagine e interrogarsi prima di condividere qualcosa.

Dallo scontro alla capacità di confrontarsi

Il caso politico della condanna dell’ex ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini riguardo il comportamento dell’europarlamentare Roberto Vannacci, porta quindi dentro la scuola una domanda più generale: come si discute quando si hanno idee diverse?

La democrazia presuppone il conflitto delle opinioni, ma il conflitto non significa necessariamente aggressione personale. Saper contestare un’idea senza trasformare chi la sostiene in un bersaglio da centrare, è una competenza che gli studenti possono imparare anche attraverso il confronto quotidiano.

Non è un problema soltanto teorico. L’UNESCO considera che “gli stereotipi e le norme di genere sono tra i fattori che possono contribuire alle forme di violenza e di bullismo presenti negli ambienti scolastici e digitali”.

Secondo l’organizzazione internazionale, inoltre, “il bullismo può compromettere il senso di appartenenza alla scuola e avere conseguenze sull’apprendimento e sul benessere degli studenti”

La scuola, dunque, può diventare uno spazio nel quale imparare a distinguere tra critica e insulto, ironia e umiliazione, libertà di espressione e responsabilità delle proprie parole.

Una lezione che parte dall’attualità

Per gli studenti, la vicenda non deve necessariamente trasformarsi in una discussione su quale parte politica abbia ragione. Può diventare, piuttosto, un’occasione per osservare come funziona la comunicazione contemporanea e chiedersi quale tipo di linguaggio si voglia portare dentro e fuori dalle aule.

Il tema degli stereotipi, infatti, non riguarda soltanto i grandi protagonisti della politica. Può essere presente, come detto, in un commento sul compagno di classe, in una presa in giro sull’aspetto fisico, nella convinzione che alcune materie siano “da maschi” o “da femmine”, in un meme condiviso senza pensarci troppo.

Ed è proprio in questi comportamenti quotidiani che l’educazione può fare la differenza. Perché imparare a riconoscere uno stereotipo significa anche imparare a non considerarlo normale. E imparare a comunicare in modo “normale”, senza umiliare l’altro significa trasformare la scuola non soltanto in un luogo dove si studia la cittadinanza, ma in uno dei luoghi in cui la cittadinanza si esercita davvero.

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