Riceviamo e pubblichiamo da Vito Tenore, Presidente della Sezione giurisdizionale Lombardia della Corte dei conti e Direttore del Servizio Massimario e Rivista della Corte. Abilitato ASN come professore ordinario di prima fascia di Diritto amministrativo. Figlio di insegnanti.
L’articolo sintetizza in pensiero dell’Autore più compiutamente espresso nell’articolo La cattedra assediata e vilipesa:riflessioni sulla violenza fisica e verbale contro gli insegnanti da parte di alunni e genitori. Fenomenologia, responsabilità,rimedi, in corso di pubblicazione su www.lexitalia.it, di cui si suggerisce la lettura.
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Venerdì 18 settembre 2026, in una scuola media di Centocelle, a Roma, un alunno di tredici anni ha indossato un casco con una telecamera collegata a Telegram, ha spruzzato spray urticante sul volto della sua insegnante di lettere e l’ha colpita con tre fendenti al costato.[1] Ai carabinieri ha detto: «La odiavo, avevo due debiti». I coltelli erano stati comprati in rete con la carta di credito della madre. Il ragazzo non è imputabile.[2] Nel solo 2026 lo precedono Trescore Balneario, San Vito Lo Capo e Parma. Sarebbe consolante trattare simili vicende come «raptus» individuali; la loro ricorrenza impone invece di leggerle come sintomo. Ogni società produce la violenza che le assomiglia, e la violenza contro chi insegna dice come una comunità concepisce il sapere, l’autorità e la responsabilità degli adulti.
Le ragioni sono almeno quattro. La prima è la famiglia, non assente ma ansiosamente onnipresente e disertrice della funzione che la scuola si aspetta da lei: sostenere la regola, insegnare a tollerare la frustrazione. Il genitore non chiede più al figlio conto di ciò che ha fatto a scuola, ma chiede alla scuola conto di ciò che ha fatto al figlio; Recalcati parla di genitori «sindacalisti» dei figli, alleati contro l’insegnante.[3] Non a caso nelle statistiche ministeriali gli aggressori adulti superano gli studenti.[4] La seconda è lo schermo: l’aggressione viene ripresa e trasmessa, da Lucca a Rovigo fino alle dirette Telegram del 2026; il pubblico di rete è il vero destinatario dell’atto, l’insegnante ne è l’occasione. La terza è il tramonto dell’autorità: la scuola ridotta a servizio verso un’utenza titolare di pretese, retribuzioni risibili, carriera piatta, e il voto come atto d’ufficio più personale e più esposto dell’intera amministrazione. La quarta, la scuola multietnica, va maneggiata con onestà: pone difficoltà reali di mediazione, ma i dati non la dimostrano causa delle aggressioni, i cui protagonisti sono in larga parte famiglie italiane; a Centocelle il compagno che ha fermato il tredicenne è di origine congolese.[5]
I numeri sono recenti e parziali: il monitoraggio ministeriale conta trentasei episodi nel 2022-2023, sessantotto nel 2023-2024, cinquantuno nel 2024-2025 e un calo dell’ottantuno per cento nell’autunno 2025, ma registra solo i fatti denunciati.[6] I due docenti percossi con cinghie a Parma nel maggio 2026 non compaiono, perché non hanno sporto querela.[7] La frequenza può ridursi mentre la gravità cresce.
Il diritto è arrivato tardi e ha scelto la via più facile. L’insegnante è pubblico ufficiale anche ai colloqui con i genitori (Cass. pen. n. 15367/2014)[8]: l’insulto in aula è oltraggio, la violenza per un voto è il delitto dell’art. 336 c.p. La legge n. 25 del 2024 ha aggiunto aggravanti, un Osservatorio e una Giornata nazionale, che la dottrina più autorevole ha definito «aspirina delle aggravanti», diritto penale simbolico;[9] ha lasciato però intatta la falla che conta: le lesioni lievi restano procedibili a querela, sicché lo schiaffo o il pugno senza armi dipendono dal coraggio della vittima, mentre i casi con coltello arrivano sempre a giudizio.[10] La legge n. 150 del 2024 ha restituito peso alla condotta, fino alla non ammissione, ma sanziona lo studente e non tocca il genitore.[11] Sul piano civile la Cassazione fa dei genitori responsabili quasi automatici ex art. 2048 c.c.;[12] nel processo minorile, però, la parte civile non è ammessa, e i casi di Abbiategrasso e Varese, entrambi tentati omicidi, si sono chiusi con due anni di messa alla prova senza risarcimento né mediazione.[13] La vittima ha appreso l’esito dai giornali: il sistema minorile, giustamente rieducativo, dimentica chi ha subìto il fatto.
Le soluzioni devono capovolgere le priorità.
Sul piano normativo: procedibilità d’ufficio delle lesioni al personale scolastico, come già per i sanitari;[14] diritto, e non mera possibilità, al patrocinio dell’Avvocatura dello Stato; copertura INAIL estesa a tutte le attività di servizio; costituzione di parte civile obbligatoria dell’amministrazione; un fondo alimentato dai risarcimenti per danno all’immagine; obblighi positivi per i genitori, dai percorsi di sostegno alla genitorialità alla partecipazione della vittima alla giustizia riparativa. Nessuno spazio, invece, per abbassare l’imputabilità: la risposta ai tredicenni armati è la presa in carico tempestiva.
Sul piano educativo, un patto di corresponsabilità non più formale, l’educazione al rispetto e alla gestione del conflitto, la disintossicazione digitale che il divieto del cellulare in classe ha appena avviato; sul piano formativo, docenti e dirigenti preparati alla de-escalation e alle procedure.
Sul piano politico, che è quello decisivo, il rango della professione: non si restituisce autorevolezza per legge mentre la si sottrae con stipendi sotto la media e reclutamento precario; la coerenza del discorso pubblico, che non può invocare rispetto per i docenti e insieme dipingere l’insegnante come impiegato improduttivo; la presenza dello Stato accanto alla vittima, trasformata da cortesia in obbligo.
Prima la protezione della vittima, poi la punizione dell’aggressore; prima la responsabilizzazione delle famiglie, poi la sanzione dei figli; prima il rango sociale di chi insegna, poi il codice penale. Il tredicenne di Centocelle non è un problema di pene: è il prodotto di una filiera educativa interrotta in ogni suo anello, e la domanda che deve inquietare non è quanti anni gli spettino, ma chi, tra gli adulti che lo circondavano, avrebbe potuto vedere e non ha visto.
Restituire sicurezza agli insegnanti significa restituire alla scuola la sua natura di Istituzione: un luogo dove la regola è riconosciuta prima di essere imposta, e dove chi la rappresenta non deve difendere, da solo, la dignità della propria funzione.