“La prevenzione non può essere ridotta alla sola anticipazione dell’intervento repressivo. Deve diventare un progetto condiviso, fondato su un’assunzione diffusa di responsabilità: delle istituzioni, certo, ma anche della scuola, della famiglia, dei sistemi educativi e della comunità nel suo insieme”. A dirlo, commentando il rapporto tra il Decreto Sicurezza e i giovani, è stato il presidente della Fondazione Insigniti OMRI, Francesco Tagliente, già prefetto di Roma.
“Il recente via libera del Senato”, ha spiegato, “interviene su ambiti delicati – porto di armi improprie, traffico di stupefacenti, gestione delle manifestazioni – introducendo modifiche normative negli strumenti di prevenzione e repressione a disposizione dello Stato. Si comprende l’intento di rispondere a una domanda diffusa di sicurezza, particolarmente avvertita dall’opinione pubblica. In questa fase, anche alla luce del dibattito istituzionale in corso, appare tuttavia opportuno registrare il cambiamento normativo, che dovrà essere oggetto di una verifica attenta in termini di efficacia e coerenza complessiva. Ma sarebbe un errore pensare che la sicurezza, soprattutto quando riguarda i giovani, possa essere affidata esclusivamente alla leva normativa e penale”.
Le riflessioni maturate dalla Fondazione Insigniti OMRI offrono una chiave di lettura più ampia e, per certi versi, più esigente”, prosegue Tagliente. “Negli ultimi anni, infatti, non assistiamo tanto a un aumento generalizzato dei reati, quanto a una trasformazione qualitativa della violenza giovanile. Episodi sempre più frequenti vedono protagonisti gruppi di ragazzi e si caratterizzano per gratuità, ferocia, dinamiche di branco e una crescente dimensione simbolica, spesso amplificata dai contesti digitali. Non è più sufficiente ricondurre questi fenomeni alle categorie tradizionali della devianza. Siamo di fronte a qualcosa di diverso, che interpella direttamente la capacità del mondo adulto di comprendere, prevenire e orientare“.
“In questo quadro, il decreto sicurezza rappresenta una risposta necessaria, ma non sufficiente“, chiarisce l’ex prefetto di Roma. “Un elemento emerge con particolare forza: il cosiddetto paradosso demografico. Diminuiscono i giovani, ma cresce la percezione della loro presenza problematica. Questo dato non può essere letto come un limite dei giovani, ma come una difficoltà del sistema degli adulti nel costruire contesti educativi, relazionali e normativi adeguati. In questa prospettiva, assume un ruolo decisivo anche la dimensione urbana. Le città non sono semplici scenari, ma ambienti che possono favorire o inibire relazioni sane, senso di appartenenza e forme diffuse di controllo sociale“.
“Ma c’è un altro fattore, spesso sottovalutato, che oggi incide in modo determinante: la comunicazione“, sottolinea il presidente della fondazione. “La personalità dei giovani si forma attraverso l’interazione di fattori organici, psichici e ambientali. Tra questi, il fattore ambientale – e in particolare quello comunicativo – ha assunto un peso senza precedenti. I giovani crescono immersi in un flusso continuo di immagini, linguaggi e modelli che, troppo spesso, normalizzano o banalizzano la violenza. L’esposizione ripetuta a contenuti aggressivi produce assuefazione e, in alcuni casi, emulazione. La violenza perde la sua eccezionalità e rischia di essere percepita come una modalità espressiva possibile”.
“A ciò si aggiunge una trasformazione profonda del sistema mediatico“, fa notare ancora Tagliente. “le piattaforme digitali amplificano contenuti estremi; il conflitto viene spesso spettacolarizzato; gli spazi dedicati a contenuti educativi e valoriali risultano progressivamente ridotti. In questo contesto, la questione non è censurare, ma responsabilizzare. Diventa essenziale interrogarsi sulla qualità dei linguaggi, sui modelli proposti, sull’equilibrio tra informazione, intrattenimento ed educazione. E diventa altrettanto necessario costruire una responsabilità condivisa tra famiglia, scuola, media, piattaforme digitali e istituzioni”.
“Da qui può prendere forma una linea di lavoro concreta: educare alla comunicazione ed educare chi comunica. Non si tratta di un obiettivo astratto, ma di una condizione necessaria per qualsiasi politica efficace di prevenzione. Perché non può esserci sicurezza senza educazione, e non può esserci educazione senza un ambiente comunicativo capace di orientare, e non solo di rappresentare, i comportamenti. Le norme sono indispensabili. Ma da sole non bastano. La sicurezza vera si costruisce prima dei reati, nei luoghi della crescita, nelle relazioni quotidiane, nei linguaggi che utilizziamo, nei modelli che proponiamo. È lì che si gioca la sfida più difficile“, conclude l’ex prefetto. “Ed è lì che siamo chiamati, tutti, a fare la nostra parte”.