Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, torna a farsi portavoce di una categoria spesso invisibile al dibattito pubblico: gli educatori professionali. Lo ha fatto dal palco del Primo Maggio a Bologna e lo ribadisce in un’intervista rilasciata a Repubblica.
Al centro della riflessione di Zuppi c’è una contraddizione strutturale: gli educatori reggono un sistema di protezione sociale sempre più sotto pressione, ma vengono retribuiti in modo inadeguato rispetto alle responsabilità che assumono. “Su di loro si fonda il welfare e senza di loro diventa difficile garantire protezione sociale”, afferma il cardinale. Il riferimento è a figure che operano negli ambiti più delicati: carceri, accoglienza di minori non accompagnati, disabilità a scuola, adolescenza, anzianità. “È oggettiva la sproporzione tra le responsabilità che assumono e il trattamento economico che viene loro corrisposto”, aggiunge Zuppi. I sindacati parlano ormai di “lavoro povero”: un lordo annuo che può scendere fino a 16mila euro, aggravato dal precariato diffuso e dal caro affitti che rende difficile persino trovare casa. Il risultato, secondo l’arcivescovo, è una fuga silenziosa dal settore: “Finiscono per sognare di stare in ufficio perché il rapporto diretto con le fragilità delle persone è più impattante”.
Cooperative sociali, comunità alloggio e case famiglia faticano sempre più a trovare educatori e, soprattutto, a garantirne la continuità, che Zuppi considera “fondamentale per la qualità del servizio”. La proposta del cardinale è chiara: retribuzioni più alte e riconoscimento formale del ruolo professionale. “Nelle rette si dovrebbe sempre calcolare questa loro funzione non come aggiuntiva, ma come sostanziale”, spiega.
Zuppi inserisce la questione in una cornice più ampia, quella della tenuta comunitaria in epoca di rivoluzione digitale. Cita professori che gli raccontano di studenti che “parlano con l’intelligenza artificiale per chiedere interpretazioni e conferme di sé” e lancia un appello a pensare agli educatori come “sarti in grado di ricucire parti invisibili, escluse, ai margini”.