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A scuola tutto. Fuori, nulla

Questa è la sintesi amara di un paradosso italiano: il sistema scolastico costruisce per gli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) un percorso protetto, ricco di strumenti compensativi, misure dispensative e personalizzazioni spinte. Poi, una volta usciti, li abbandona in un mondo del lavoro che di quelle tutele non ha nemmeno il ricordo.
Non è inclusione, questa. È un’illusione programmata. È preparare qualcuno a nuotare costruendogli una piscina per poi gettarlo in mare aperto senza braccioli.
Nelle aule italiane, il paradigma è chiaro: l’alunno con DSA, con disturbi dell’attenzione, con difficoltà specifiche di apprendimento, deve riuscire. A tutti i costi. E così assistiamo a Piani Didattici Personalizzati (PDP) che trasformano il curriculum in un abito su misura; strumenti compensativi (sintesi vocale, mappe, tempo aggiuntivo) che livellano il campo di gioco; dispense da parti di programma, verifiche semplificate, interrogazioni programmate; docenti di sostegno che affiancano, mediano, traducono la didattica in un linguaggio accessibile.
Tutto giusto? Sì, se visto dall’interno delle mura scolastiche. Ma c’è una domanda scomoda che pochi fanno: dove li sta portando tutto questo?
Una volta che il diploma è in tasca, il giovane con BES si affaccia alla vita adulta e scopre che le “agevolazioni” non esistono più. O meglio: esistono sulla carta, ma nella realtà sono un deserto.
Provo a fare un esempio concreto. Un ragazzo con dislessia grave, che a scuola ascoltava i libri di testo con la sintesi vocale, accende la televisione per seguire il telegiornale. Dove trova un telegiornale pensato per lui? Dove c’è un conduttore che scandisce i tempi, un sottotitolo ad alta leggibilità, una versione testuale delle notizie in carattere adeguato? Non esiste.
Prova ad aprire un quotidiano online o cartaceo. C’è un’edizione del Corriere della Sera o de La Repubblica in carattere ad alta leggibilità? o con immagini a supporto della comprensione? Ci sono notiziari strutturati con il linguaggio chiaro della Comunicazione Aumentativa Alternativa?
No. Il mondo dell’informazione, quello che forma cittadini consapevoli, è completamente blindato per chi ha bisogni specifici.
Entriamo nel cuore del problema: il lavoro.
La legge 68/1999 esiste, sì. Parla di “collocamento mirato”, di quote di riserva, di accomodamenti ragionevoli. Ma nella pratica, per un giovane con DSA o con altri BES, cosa trova?
Selezione per competenze standardizzate: i test attitudinali sono a tempo, scritti, spesso con istruzioni complesse. Proprio il tipo di prove da cui era dispensato a scuola. Mansioni “adattate”? Una chimera. Il mondo del lavoro chiede flessibilità all’azienda, non al lavoratore. Nessun capo ti concede un colloquio con sintesi vocale o ti dà il doppio del tempo per leggere un contratto. Formazione non accessibile: i corsi obbligatori (sicurezza, aggiornamenti) sono in modalità standard, spesso solo testuali. Se hai bisogno di mappe concettuali per studiare, non le troverai. Carriera bloccata: anche se entri, la progressione richiede certificazioni, esami interni, percorsi formativi che ripropongono le stesse barriere.
La contraddizione è sotto gli occhi di tutti, ma pochissimi la chiama con il suo nome:
Da un lato la scuola spende risorse umane, tempo, energie per costruire percorsi personalizzati. Dall’altro, il mondo esterno (quello per cui la scuola dovrebbe preparare) non offre alcuna continuità a quelle stesse personalizzazioni. È come insegnare a qualcuno a camminare con le stampelle per anni, per poi togliergliele improvvisamente e dirgli: “Ora corri, che la vita è una maratona.”
E il risultato? Ragazzi con diplomi in mano che scoprono che fuori non esiste un “colloquio di lavoro compensato”; non esiste un “ambiente di lavoro con tempi aggiuntivi”; non esiste un “capo che accetta di ricevere report in mappe concettuali”. E così molti si perdono. Non per mancanza di talento, ma per mancanza di continuità istituzionale.
Cosa abbiamo insegnato, in fondo, a questi studenti? Che il mondo si adatterà a loro. Che esiste un diritto alla personalizzazione che varrà per sempre. Che le loro difficoltà saranno sempre riconosciute e supportate. Ma non è vero. La scuola ha costruito un ecosistema protetto, senza dire che fuori quel sistema non esiste. Ha creato dipendenza dalle agevolazioni senza formare all’autonomia in un ambiente non agevolato.
Non sto dicendo che la scuola debba smettere di personalizzare. Dico che non può farlo senza costruire un ponte verso ciò che viene dopo. E’ necessario che le misure previste dal PDP scolastico abbiano un corrispettivo nei primi anni di lavoro, con veri accomodamenti ragionevoli obbligatori per le aziende, non solo per le scuole; che l’informazione pubblica (telegiornali, portali istituzionali, comunicazioni) diventi accessibile con standard chiari per DSA, disabilità intellettive, disturbi del neurosviluppo; che la scuola, accanto agli strumenti compensativi, insegni anche a riconoscere le barriere, a negoziare i propri diritti, a costruirsi strategie per contesti non protetti; che chi assume sia tenuto a dimostrare non solo il rispetto delle quote, ma la reale accessibilità dei processi selettivi e formativi.
Per concludere, non posso nascondere l’indignazione. Perché vedere ragazzi intelligenti, motivati, con diplomi presi con fatica e strumenti straordinari, sbattere contro un muro di indifferenza appena usciti da scuola, è una ferita. La pubblica istruzione in Italia ha fatto passi da gigante nell’inclusione scolastica. Ma si è fermata lì, come se dopo il diploma il problema non esistesse più. E invece esiste. Ecco. E pesa come un macigno sulla vita di migliaia di giovani che hanno imparato a credere che il mondo fosse come la loro aula. E non lo è. Non è inclusione se dura solo fino all’esame di maturità. Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, questo non è un sistema che prepara alla vita. È un sistema che prepara alla scuola. E poi lascia indietro chi ha creduto alle sue promesse.

Dante Muscas

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