Docenti di religione, il punto su mobilità e prospettive di stabilizzazione

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Adolescenti e coltelli: c’è in corso una regressione evolutiva? Il parere di due esperti

Facile da reperire – basta recarsi in cucina – il coltello sembra diventato l’arma di riferimento per tutti quei ragazzi che vogliono sapere “cosa si prova a uccidere”, come pare abbia detto a una sua docente Atif Zouhair, il diciottenne accusato di avere accoltellato e ucciso, in classe, un suo compagno all’interno dell’Istituto Tecnico ‘Einaudi- Chiodo’ di La Spezia.

Stiamo entrando in un universo distopico, sorta di nuova ‘cavalleria rusticana’, in cui basterà un dissidio, un dissapore, una divergenza di vedute o un banale screzio per scatenare la furia omicida di un ragazzino che sceglie lucidamente di uccidere e poi andarsene in carcere per svariati decenni, invece di affacciarsi alla vita per realizzare i suoi sogni di diciottenne?

Altri casi simili

Ma forse ci siamo già dentro e non ce ne accorgiamo, se consideriamo che immediatamente dopo l’accoltellamento di La Spezia, un altro fatto simile – un 17enne davanti al Liceo Artistico di Sora è stato minacciato con un coltello alla gola – per miracolo non si è trasformato a sua volta in tragedia. E che dire di Sesto San Giovanni, dove il mese scorso un ragazzo di 18 anni è stato accoltellato da tre giovani fuori dall’istituto De Nicola. Vogliamo aggiungere il caso delle due insegnanti che a Varese e Abbiategrasso sono state accoltellate in classe per futili motivi?

Lo psicologo: “genitorialità persa”

Insomma, la situazione è molto grave e investe tutta quanta la società, la sua tenuta etica e morale, la sua capacità di fare rete e di reagire. Di certo non saranno le multe a risolvere il problema e neanche la paura delle pene detentive. In un suo intervento sulla rivista ‘Conflitti’, Pierangelo Pedani – psicologo clinico, già Direttore del Servizio di Psicologia della Ausl 7 DI Siena – parla di una ‘genitorialità persa’: i genitori hanno perso il controllo dei figli scivolando al ruolo di amici dimenticando che nella famiglia, finché i figli sono piccoli, non ci può essere democrazia. Il risultato è che questi, dai dodici, quattordici anni in su, riservano molto più prestigio e ascolto ai coetanei e sistemano la loro identificazione con personaggi lontani – dei social o della fantasia -, comunque altro da padri e madri. C’è pure nella società odierna – continua Pedani – una spinta forte alla precocità dei giovani e quindi a un’autonomia che ancora non può essere completata, che fa in modo che ognuno se la debba cavare da sé. Oltre alla perdita di autorevolezza dei genitori si assiste anche allo scomparire della genitorialità diffusa che un tempo assicurava che qualche adulto ponesse dei limiti allo strafare di certi giovani (cittadini, vicinato, allenatori, commercianti, educatori, vigili…).

Sempre sulla stessa rivista, il sociologo e pedagogista Filippo Sani parla tout court di regressione evolutiva: Numerose ricerche in ambito neurobiologico descrivono il nostro cervello capace di contenere sia modalità superiori di elaborazione di informazioni (tipici sono i processi riflessivi della mente che permettono attenzione, flessibilità di risposta, autoconsapevolezza), sia sistemi inferiori di elaborazione, caratterizzati da emozioni intense, reazioni impulsive, risposte rigide e ripetitive, mancanza di riflessione. Quando le nostre esperienze di vita quotidiana sono dominate dalle modalità inferiori, lo schema di elaborazione delle informazioni sviluppa spesso uno scatenamento violento; il comportamento tende verso gli abissi di una condizione psichica destrutturata e incontrollabile.

Ci sono margini di intervento che possano restituire ordine a menti tanto destrutturate? Sì, secondo lo specialista: il lavoro educativo e di coinvolgimento in azioni di ri-socializzazione dei preadolescenti e degli adolescenti in ambienti presidiati da adulti competenti, consente di riequilibrare la deriva istintiva verso comportamenti rischiosi a favore di apprendimenti orientati alla costruzione di significato. L’adulto deve sorvegliare e custodire questa età, svolgendo funzioni di supplenza a supporto della fragilità neurocerebrale, al fine di facilitare un processo di alfabetizzazione alle emozioni, perché ci si possa auto-rappresentare non più esclusivamente come individuo aggressivo e vendicativo, ma come soggetto che riesce a esprimere le proprie tensioni interiori senza proiettarle sull’altro. Questo lavoro di co-costruzione di una ritualità potrebbe essere proposto anche a scuola, affinché si affronti l’escalation violenta tra i giovani non con la paura, ma con un adeguato senso di responsabilità adulta. L’uso del coltello, come di qualsiasi altra arma, rappresenta metaforicamente e simbolicamente l’avvenuta sostituzione di presidi di autorevolezza genitoriale e adulta in generale con un oggetto che sembra difendere dalla paura e dall’angoscia dello stare al mondo.

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